Nella provincia di Kent Haruf dove la vitalità è rivoluzionaria. Aspettando il film a Venezia

È “Le nostre anime di notte” (NN editore) libro testamento del grande scrittore americano Kent Haruf, scomparso nel 2014. Una storia ambientata come le altre nella cittadina immaginaria di Holt, dove ancora una volta è una donna a muovere quel guizzo vitale di forse non improbabile improbabilità che muove il racconto, poetico e rivoluzionario. Un libro che è diventato da subito un best-seller e che ha portato Robert Redford a farne un film dove è nuovamente in coppia con Jane Fonda e che passerà a Venezia 74…

Il tratto di maniacale precisione con cui Kent Haruf ha creato Holt – una città del Colorado di fondazione puramente letteraria, culla della sua trilogia: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione (cronologicamente intercambiabili, nonostante il vero ordine di apparizione), ma anche del suo ultimo libro Le nostre anime di notte pubblicato postumo – fa pensare al lavoro di un miniaturista del quindicesimo secolo coi suoi dettagli infinitesimali dei luoghi, dei movimenti e soprattutto dell’anima di chi quei luoghi li abita.

Come un drone, Haruf vola su Holt, la sua “creatura” immaginaria, tra strade, isolati, drugstore e fattorie, e, quando trova ciò che cerca, punta dritto, zoomma per raccontarci di qualcuno e illuminare la sua vita intrecciata inevitabilmente a quella di altri.
Cosa racconta? Storie semplici, di gente che fa lavori “semplici”: allevatori di bestiame, negozianti, rappresentanti, casalinghe, insegnanti.

Sottotono ci parla di famiglie, di amori, di malattie, di nascite e di morti. Storie però che, oltre la città di provincia, hanno qualcosa in comune: un guizzo vitale di forse non improbabile improbabilità. Non favolistica e ironica come hanno sempre le creature semplici dei film di Kaurismaki, ma ugualmente poetica e dunque rivoluzionaria perché esente da ogni forma di violenza.

 

E ce lo spiega chiaramente a pag. 131 de Le nostre anime di notte, il suo libro testamento, il quarto pubblicato in Italia da NNE, neo marchio editoriale indipendente, più che significativo, sbocciato tre anni fa proprio con la Benedizione di Kent Haruf.

E anche stavolta come nel Canto della pianura il “guizzo” parte da una donna. Si chiama Addie, ha 70 anni, sola, ha un figlio e un nipotino che però vivono altrove, e una sera di maggio esce di casa per bussare alla porta, a un isolato di distanza, di un vicino: Louis, non un amico, un conoscente che come lei vive solo. Bussa per fargli una proposta neanche un poco indecente: ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me, la notte. E parlare?

“Quando si parla non si hanno rimorsi – ci manda a dire in un’intervista Cathy la vera moglie di Haruf – e proprio come i due settantenni protagonisti di questa storia, in parte autobiografica, anche io e Kent passavamo le notti a parlare tenendoci per mano”.

Già perché il timido Louis lievemente spiazzato decide di provare e, armato di un sacchetto con spazzolino e pigiama, bussa di notte a sua volta alla porta di lei. Questa insperata apertura darà il via a un’inattesa avventura d’intimità, amore e tenera amicizia. Corroborata dall’imprevisto arrivo del nipotino di Addie per via dei genitori in crisi di coppia. Avventura non priva di inevitabili contrasti: frutto d’invidia e pettegolezzi dei vicini, ma soprattutto d’inquieta gelosia dei figli di lei e lui, più che adulti, ma nevrotici e irrisolti.

Storia molto piaciuta Le nostre anime di notte e da subito un best-seller che ha portato Jane Fonda e Robert Redford a lavorare di nuovo insieme per la quarta volta. Sono Addie e Louis nel film omonimo, targato Netflix, diretto da Ritesh Batra e prodotto dallo stesso Redford, che si vedrà in anteprima alla Mostra di Venezia 74 dove la coppia di magnifici ottantenni riceverà il Leone d’oro alla Carriera e dove si potrà anche rivedere Il cavaliere elettrico di Sidney Pollack, film del 1979, terza co-interpretazione dopo La caccia del 1966 e A piedi nudi nel parco del 1967.

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Marina Pertile

giornalista

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