Nell’archivio segreto del ghetto di Varsavia. La storia raccontata dalle vittime, in un doc

In anteprima sabato 26 gennaio al Sudestival di Monopoli in Puglia e poi in sala dal 27 gennaio (per Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema) con proiezioni in tutta Europa, “Chi scriverà la nostra storia”, docufilm di Roberta Grossman, dall’omonimo romanzo dello storico Samuel Kassov (Mondadori). La storia dell’archivio segreto del ghetto di Varsavia: fotografie, disegni, scritti e filmati raccolti da un gruppo di ricercatori, storici, giornalisti e rappresentanti della comunità ebraica che in totale segretezza scelsero di conservare la memoria dell’orrore nazista …

Lascia senza fiato e senza parole, ancora una volta di fronte agli episodi meno conosciuti della Shoah, la visione di Chi scriverà la nostra storia, docufilm tratto dall’omonimo libro dello storico Samuel Kassov (Chi scriverà la nostra storia? L’archivio ritrovato del ghetto di Varsavia, per Le scie di Mondadori). L’opera, diretta da Roberta Grossman e prodotta da Nancy Spielberg (distribuita in Italia da Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema), presentata come evento speciale alla tredicesima Festa del Cinema di Roma, esce nelle sale italiane e in contemporanea europea il 27 gennaio in occasione della Giornata della memoria.

Il docufilm, narrato nella versione originale dalle voci del premio Oscar Adrien Brody e di Joan Allen, ripropone la storia dell’ archivio segreto del ghetto di Varsavia, creato e custodito da un gruppo clandestino guidato dallo storico Emanuel Ringelblum, composto da giornalisti, ricercatori e capi della comunità ebraica, e conosciuto con il nome in codice Oyneg Shabes (“La gioia del Sabato” in yiddish).

Il gruppo operò durante i primi anni del ghetto di Varsavia, dopo che i tedeschi avevano rinchiuso in una parte della città l’intera popolazione ebraica costringendola a una vita di stenti (80 mila morti di fame e di tifo solo nel primo anno). Quando le violenze culminate nell’incendio del ghetto dopo la rivolta della popolazione divennero insostenibili, il gruppo si disperse, non prima di avere seppellito il suo tesoro nello scantinato di un’abitazione. Alcuni membri del gruppo furono catturati e uccisi, mentre altri trovarono rifugio fuori, nella città occupata.

La documentazione raccolta direttamente dalle vittime – fotografie, disegni, scritti, filmati – a testimonianza della loro sofferenza acquista rilievo proprio in contrapposizione alle immagini filmate dagli occupanti tedeschi a scopo di propaganda.

Alla base della scelta operata dal gruppo clandestino vi era l’obiettivo di conservare la testimonianza di un altro punto di vista, mettendo insieme e conservando memorie apparentemente minime, di vita quotidiana di gente comune, dando corpo a quella “storia dal basso” che in quegli anni andava teorizzando l’École des Annales per dare voce ai reietti.

A toccare profondamente è la cura con cui queste memorie sono state prima custodite e poi sepolte per essere tramandate ai posteri. Il tesoro di Oyneg Shabes fu poi ritrovato quasi miracolosamente (e parzialmente) scavando anni dopo nelle cantine delle case crollate sotto i bombardamenti – prima dei tedeschi poi degli alleati – che avevano ridotto Varsavia un cumulo di macerie.

Il film alterna immagini documentaristiche, alcune crude fino all’insostenibilità, molte già note e altre rarissime o persino inedite, a testimonianze e interviste, affidando le parti più esplicative a una ricostruzione che si integra con il resto del materiale in modo da rendere quasi impercettibile il passaggio dalla finzione alla realtà.

Vale la pena ricordare – il film lo fa nei titoli di coda – che nel 1989 l’archivio di Oyneg Shabes è stato dichiarato patrimonio Unesco per la memoria del mondo, insieme a due personaggi-simbolo della Polonia come Chopin e Copernico.