Il No al padrone delle operaie di Placido

In sala dal 3 novembre “7 minuti”, l’adattamento della pièce di Stefano Massini firmata da Michele Placido, presentato alla Festa di Roma. Dentro una fabbrica venduta ai francesi, undici operaie devono decidere se cedere al ricatto del nuovo padrone che vuole tagliare 7 minuti della pausa pranzo. Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Ambra Angiolini nel cast…

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Un bimbo che nasce, praticamente, in fabbrica nel momento più duro della trattativa. Il no al ricatto padronale espresso dalla più giovane delle lavoratrici, una ragazza di appena vent’anni. La classe operaia, nell’inferno della precarietà, magari non andrà in paradiso, ma potrà almeno continuare a combattere per i suoi diritti.

Michele Placido la vede così: resistere, resistere, resistere. Come le sue undici operaie della fabbrica tessile venduta ai francesi, i nuovi padroni che in cambio della salvaguardia dei posti di lavoro, chiedono “giusto” un aumento di produttività: la rinuncia a 7 minuti della pausa pranzo.

Cosa saranno mai “7 minuti” in confronto alla minaccia della fabbrica che chiude, dei licenziamenti, della disoccupazione? Ed è questo, infatti, l’oggetto del voto che dovrà esprimere il consiglio di fabbrica della Varazzi, costratto a decidere in poche ore perché la nuova padrona francese è attesa per cena a Parigi.

Michele Placido torna agli ardori del cinema d’impegno civile (cominciò così, da regista, nel ’90 con Pummarò) con l’adattamento della pièce di Stefano Massini, 7 minuti (leggi la recensione di Bruno Ugolini), già ampiamente rodata a teatro con una grande Ottavia Piccolo che ritroviamo anche nel film, a “capitanare” nelle vesti di delegata sindacale, le altre dieci operaie a cui offrono il volto una soprendente Fiorella Mannoia – sì, la cantante – la figlia dello stesso regista Violante Placido, Ambra Angiolini e Cristiana Capotondi.

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Sulla traccia di un grande classico come La parola ai giurati di Sidney Lumet, la votazione apparentemente “scontata” dal principio diventarà l’oggetto stesso dell’intera narrazione, il “grimaldello” per mettere sul tavolo le vite delle stesse operaie. Vite da sfruttate, prima di tutto. Con troppi figli da mantenere, mariti disoccupati e uno stipendio da portare a casa a qualunque prezzo. Anche a costo di rinunciare ai diritti fondamentali. Le operaie straniere, soprattutto. La rumena che non vuole tornare a lavare le scale, o l’africana che spiega bene cosa sia vivere con la paura, come nel suo paese, dove cresci abituato soltanto a salvarti la pelle.

Si scontrano, litigano, si spaccano, si prendono a ceffoni addirittura le operaie messe di fronte al ricatto. E sì, perché alla fine, però, ci arrivano tutte a capire che cedere sui 7 minuti, significa piegare la testa per accettare in futuro qualunque cosa. Come sta accadendo da anni, del resto. Cedendo una manciata di diritti alla volta, come ricorda una delle più anziane rispondendo alle domande dell’operaia più giovane: “Vent’anni fa avevamo 45 minuti di pausa pranzo, oggi vogliono togliercene 7 dai 15 che ci sono rimasti”.

Una “lezione di storia sindacale” sommaria, ma efficace. Come lo spirito dello stesso film, del resto. Capace, di tenere la suspense per un’ora e mezza, nonostante eccessi di retorica sempre in agguato che comunque strappano le lacrime. Certo Michele Placido non è Ken Loach, ma sicuramente va premiato il coraggio per un film che parla di diritti e che anzi, ci ricorda di non smettere di lottare, nonostante tutto. Sarà in sala il 3 novembre.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine

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