Ossessioni d’artista. Giacometti ritratto da Stanley Tucci

In sala dall’8 febbraio (per Bim) “Final Portrait – L’arte di essere amici” di Stanley Tucci ispirato all’omonimo romanzo di James Lord, scrittore dandy appassionato d’arte (pubblicato da Nottetempo) in cui narra la storia del tormentato e tormentoso ritratto che Giacometti gli fece pochi anni prima di morire. L’artista svizzero-italiano è vestito con aderenza impressionante da Geoffrey Rush. Il racconto doloroso e sempre folle e visionario del parto di un’opera d’arte. Quando lo è per davvero…

“Hai la faccia di un bruto”. Dopo un po’ di sedute stressanti e non poco allarmanti, perfeziona il pensiero; “Visto di lato sembri più un depravato”.

Siamo a Parigi nel 1964. La faccia è quella pulita, da giovanotto americano sanamente nutrito ed educato, di Armie Hammer (protagonista anche del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome), nel ruolo di James Lord, scrittore dandy appassionato d’arte. Lo sguardo rude è di Alberto Giacometti, apprezzatissimo, iroso e scarmigliato artista svizzero-italiano vestito con aderenza impressionante da Geoffrey Rush.

Il film, che è il 5° diretto, con evidente trasporto, da Stanley Tucci, racconta quanto ha raccontato Lord nel suo omonimo libro (pubblicato in Italia da Nottetempo): la storia del tormentato e tormentoso ritratto che Giacometti gli ha fatto pochi anni prima di morire.
Che è poi la storia dolorosa e sempre folle e visionaria del parto di un’opera d’arte. Quando lo è per davvero.

Tucci è figlio di artisti, e si ricorda molto bene di quando da bambino suo padre lo sottoponeva a interminabili sedute per ritrarlo. Con la famiglia ha poi vissuto un anno a Firenze dove ha scoperto il Rinascimento. E non si è fermato lì. Insomma, ha respirato arte fin da piccolo e questo non può non dare un imprinting e un gusto estetico preciso.

E dunque è proprio il personale interesse per la fatica del processo creativo che ha spinto Tucci (che si è portato questo libro in tasca per un bel po’ di anni) a farne un film, che non è neanche un po’ una biografia, ma nasce, da parte sua, col medesimo intento che spinge un’artista a compiere un’opera: quello di cogliere l’essenza di qualcuno o qualcosa.

Impresa certo non facile. E infatti Tucci, esperto attore, si è ben guardato dall’idea di interpretare Giacometti, lasciando a Rush ben due anni per documentarsi, padroneggiare la fisicità e gli eccessi di rabbia dell’artista insieme all’uso dei pennelli, mentre lui era intento nella mai facile impresa di far partire un film indipendente.

C’era poi anche il problema non da poco dovuto al fatto che il tutto si svolge quasi interamente nel grigio, sporco e polveroso studio-casa dell’artista. L’azione è molto limitata, direi statica, e neanche troppo teatrale, visto che sono poche anche le parole che i due si scambiano, in quel rapporto di crescente amicizia sadomaso. Per cui allo spettatore a volte sembra di assistere a una seduta di analisi con un crudele e dispotico dottore che non risparmia dure accuse anche ai suoi ex amici. Come Picasso, che definisce, sbrigativo, un ladro.

Ma le due camere a spalla, un buon montaggio (Camilla Toniolo) e un buon lavoro del direttore della fotografia (Danny Cohen) han dato, appunto, la libertà di muoversi alle camere con un apporto non da poco alla spontaneità e scioltezza degli attori riuscendo a infondere al tutto anche un certo ritmo.

Grazie anche, ogni tanto, all’ingresso in scena del devoto fratello (Tony Shalhaub), della frivola amante, di professione prostituta (Clémence Poésy) e della moglie, poveretta (Sylvie Testud).

Con letto e cucinino miserabile attiguo al pur affascinante atelier (nonostante a quell’epoca all’artista arrivassero pacchi di milioni) la sua signora anoressica lo accudiva con amore. Costretta pure ad assistere, neanche fosse soltanto una domestica, alle effusioni del marito con la modella prostituta. Protestava un pochetto la poveretta e compensava il dispiacere concedendosi a volte qualche minimo svago: un bel vestito con tanto di accessori e il calore e accessori di un giovanotto giapponese. Senza però mai mandare a quel paese il suo amato padrone.

Insomma, anche Giacometti rientra perfettamente nell’elenco dei numerosi artisti dediti anima e corpo alla propria Arte perseguita con Etica implacabile. Non applicata però al loro stile di vita

“Era un adulto-bambino – ci conferma Tucci – e come tale molto egoista. Però altrettanto generoso e capace di avere grandi consensi da chi lo circondava. Ha saputo trovarsi le donne giuste. E anche il fratello, come del resto la moglie, lo hanno sempre appoggiato e sostenuto. In ogni modo quel che conta è il fatto che quest’artista ha realizzato opere senza tempo che possono appartenere alla preistoria o all’epoca contemporanea perché in grado davvero di esprimere la condizione umana”.

Marina Pertile

giornalista

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