Piccole illuminazioni quotidiane. L’estate di Frida che colpisce al cuore

In sala dal 5 luglio (per Wanted Cinema), “Estate 1993”, folgorante esordio della regista catalana Carla Simòn, già passato alla Berlinale 2017. Un racconto di formazione di rara delicatezza e sensibilità che segue l’estate di una bambina che, rimasta senza genitori, deve trovare il suo posto nella casa di campagna dei suoi giovani zii. Non succede quasi nulla ma succede di tutto. Meravigliosa la piccola protagonista, Laia Artigas. Assolutamente da non perdere …

Non sono mancati i riconoscimenti al film d’esordio di Carla Simòn (dal 5 luglio al cinema Farnese di Roma, distribuito da Wanted Cinema), Estate 1993, presentato al 67° festival del cinema di Berlino e candidato agli Oscar 2018 come migliore film straniero per la Spagna. Ma sarebbe meglio dire per la Catalogna, di cui è impregnata l’atmosfera di un film che non cede alla “madrepatria” spagnola neppure l’onore dei titoli di testa e di coda.

La piccola Frida, priva del padre e che ha perso la madre per un’improvvisa malattia, deve lasciare Barcellona e i suoi amatissimi nonni per essere accolta nella casa di campagna dei giovani zii, genitori di un’altra bambina. E qui, come spiega la regista, deve trovare il proprio posto nella famiglia, con una nuova sorella, mentre gli zii devono imparare ad amarla come una figlia.

Il tema del film, ispirato alla storia personale della regista e ambientato appunto nell’estate del ’93, è tutto in queste brevi note. La sua malinconica e struggente trama si consuma nel volgere di una stagione, in una casa che all’inizio è un luogo estraneo e a contatto con una natura misteriosa e a tratti inospitale.

Il filo è molto esile, ma la straordinaria espressività della piccola Laia Artigas ci fa toccare con mano i momenti di gelosia, i giochi semplici ma non sempre innocenti, la difficoltà di addormentarsi, le passeggiate solitarie, i tentativi di fuga, i colloqui intimi con la madre che incontra nella preghiera serale e ritrova nel volto di una statuina della madonna (e qui il pensiero non può non andare a Marcellino pane e vino).

Non succede quasi nulla ma succede di tutto. E per di più un film quasi vocato per sua natura a un finale crudele, si conclude inaspettatamente nel migliore dei modi. Ma forse è meglio così, perché il lavoro di immedesimazione condotto con maestria dalla regista – la cui sensibilità squisitamente femminile è forse la vera chiave del film – non avrebbe meritato un finale diverso, se non per la scelta maliziosa di colpire allo stomaco lo spettatore.

“Lo sai perché ho tante bambole”?, chiede a un certo punto Frida alla sorella. “Perché mi vogliono tutte bene”. E come non voler bene a una bambina che dice una cosa del genere?

Carlo Gnetti

giornalista e scrittore

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