Prendete anche voi “la forma dell’acqua”. Nel labirinto incantato di Guillermo Del Toro

In sala dal 14 febbraio (per 20th Century Fox), “La forma dell’acqua”, di Guillermo Del Toro, Leone d’Oro alla 74° Mostra del Cinema e appena nominato presidente della Giuria per la prossima edizione di Venezia. Non chiedetevi troppo se sia una favola, una metafora della diversità o … È un film dalle tante letture, all’altezza delle cose migliori e delle 13 candidature all’Oscar. Andatelo a vedere e guardatelo a fondo, oltre la superficie dell’acqua, anzi prendete La Forma dell’Acqua

Non chiedetevi troppo se questo film è una favola o se la storia è una metafora della bella che s’innamora della bestia o se è un film pieno di simboli che alludono a sentimenti opposti – odio e disprezzo, amore e rispetto – verso i diversi, verso tutti coloro che differiscono per idee, religione, classe sociale, colore della pelle, sesso e preferenze sessuali.

Del resto anche la voce fuori campo che introduce La Forma dell’Acqua di Guillermo Del Toro (nella versione originale è quella del bravissimo Richard Jenkins che interpreta Giles), si chiede come raccontare la storia della principessa senza voce (Elisa, la protagonista, interpretata dalla magnifica Sally Hawkins, è muta); se cominciare con il classico «c’era una volta», se narrare degli ultimi giorni del regno del principe (nei «panni» della creatura anfibia si muove benissimo Doug Jones) o della piccola città dove è ambientata; se, insomma, continuare a raccontare una favola o piuttosto affrontare la «verità» e parlare di una storia di amore e di perdita?

Elisa Esposito – nomen omen – è esposta alla vita, orfana, sola, muta e fa un lavoro umile (la donna delle pulizie). La sua giornata è sempre la stessa: sveglia, bagno, uova sode e corn flakes. Appena cullata dalle musiche e dalle song hollywoodiane che arrivano dal cinema che sta sotto la sua casa; appena soddisfatta dalle masturbazioni mattutine nell’acqua della vasca; appena consolata dall’amicizia con il vicino di casa Giles, un altro solo, anziano, gay, ex illustratore pubblicitario che non riesce a vendere le sue opere.

Elisa lavora in un centro di ricerche aerospaziali governativo, assieme all’amica nera Zelda (Octavia Spencer), lavano cessi e pavimenti e hanno a che fare con Richard Strickland (un fantastico Michael Shannon), ostile, tirannico, e machista, sul lavoro e a casa: un classico villain insomma.

Poi una mattina, in quel laboratorio sotterraneo, umido e livido, arriva un carico speciale, un contenitore d’acciaio e vetro dove, immersa nell’acqua s’intuisce la presenza di una strana creatura. Si rivelerà un essere anfibio dalle fattezze umane e dalla pelle squamosa, un «mostro della laguna» pescato in Amazzonia (il riferimento al celebre film del 1954 Il mostro della laguna nera di Jack Arnold è esplicito).

Della «cosa» s’innamorerà a prima vista Elisa, perché in quella creatura sola e diversa riconoscerà molto di se stessa. Sulla «cosa» si accanirà invece Strickland, seviziandola e torturandola, perché la creatura è al centro di una contesa internazionale da guerra fredda (siamo nei primi anni Sessanta) tra Usa e Urss per farne un essere invulnerabile da lanciare nello spazio o da usare come supersoldato.

Ovvio che Elisa voglia sottrarre l’amato al suo destino e, dopo averlo nutrito con le sue uova sode e consolato facendogli ascoltare dischi di Glenn Miller, lo rapirà con la complicità di Zelda e del dottor Hoffstetler (Michael Stuhlbarg). Che cosa succederà da quel momento in poi non ve lo diciamo perché è il sale del film, lo stesso di cui non può fare a meno la creatura (nascosta nella vasca da bagno a casa di Elisa) e gli eventi conducono al finale della favola e alla sua morale.

Tutto in questo film di Guillermo Del Toro (appena nominato presidente della giuria della prossima Mostra del Cinema di Venezia) è all’altezza delle cose migliori e delle 13 candidature all’Oscar. E se qualcuno ha storto il muso per le citazioni, per i nostalgici omaggi ai musical di Hollywood (la scena del sogno in cui Elisa balla con l’anfibio come se fossero Ginger e Fred) o per i presunti plagi (tra le accuse anche quella del regista Jean-Pierre Jeunet, irritato per una scena che sarebbe copiata da una analoga del suo Delicatessen), bene, oltre tutto questo e altro, La Forma dell’Acqua è un film toccante, magnificamente interpretato e diretto, con una struggente colonna sonora di Alexandre Desplat e forte di una solida sceneggiatura (scritta da Del Toro con Vanessa Taylor) – ascoltate bene le parole e i dialoghi messi in bocca ai protagonisti, soprattutto gli sprezzanti giudizi e le sentenze razziste e machiste di Strickland (una per tutte – dopo che la creatura, per difendersi, gli avrà amputato due dita della mano – il villain commenterà: «ho il pollice che basta per il grilletto e la fica».

Parole volgari e pesanti che nulla possono però contro le «parole» della «principessa senza voce» e del principe anfibio che emette solo mugolii. Nulla possono – sarà banale? – contro i sentimenti, l’amore, il sogno e la poesia, come quella citata alla fine dalla voce di Giles che chiude il film: «Incapace di percepire la tua forma, ti ritrovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, onora il mio cuore perché sei ovunque». Andatelo a vedere, questo film, e guardatelo a fondo, oltre la superficie dell’acqua, anzi prendete La Forma dell’Acqua.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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