Quando l’Odissea di Kubrick ci fece l’effetto di un acido. Grazie al Cinerama

Cannes celebra i cinquant’anni di “2001: Odissea nello Spazio” in versione restaurata. E per noi il ricordo d’antan di Renato Pallavicini sulla prima volta del monolite di Kubrick in un cinema romano. “Era più «sballante» degli acidi che andavano di moda in quegli anni”. Magia del Super Panavision 70 proiettato sullo schermo formato Cinerama …

La prima volta che ho visto il monolite stava piantato nel mezzo della sala Cinema Royal, in via Emanuele Filiberto a Roma. Gli giravano attorno un gruppo di scimmioni urlanti. Pareva di toccarlo con le dita, come facevano gli esitanti e intimoriti primati guidati da Stanley Kubrick.

Magia del Super Panavision 70 proiettato sullo schermo formato Cinerama di quella nuovissima sala romana (che è miracolosamente sopravvissuta, anche se rimaneggiata in multiplex, fino ad oggi), dove 2001: Odissea nello Spazio (dal romanzo di Arthur C. Clarke) debuttò nella Capitale.

Fu davvero un’immersione totale, molti anni prima dell’arrivo dei giganteschi Imax (ma a Roma non sono mai arrivati) e della strabiliante Gèode parigina. Cinerama, allora, schermo curvo di 146 gradi, avvolgente, alto fino al soffitto (angolo di 55 gradi) coperto da un sipario che si apriva magicamente all’inizio del film e ti catapultava nello spazio delle congiunzioni astrali accompagnate dall’Also sprach Zarathustra di Richard Strauss.

Cinerama è una particolarissima tecnica di ripresa e proiezione cinematografica che si avvicina alla percezione dell’occhio umano e alla sua visione periferica. Tre cineprese diverse, disposte in semicerchio, effettuano le riprese, così come tre proiettori proiettano le diverse pellicole su tre schermi distinti; e la colonna sonora a sette canali viene registrata su un nastro magnetico separato.

Ha un precursore illustre in Abel Gance che, nel 1927, realizzò il suo Napoléon ma il «moderno» Cinerama fu inventato e brevettato da Fred Waller nel 1946. Tecnica complessa, costosa e di difficile gestione proprio nella fase di proiezione, ebbe vita breve. Sostituita dai formati Panavision 70 e successive evoluzioni (un esempio recente è The Hatefull Eight di Quentin Tarantino, che fu proiettato in anteprima negli studi di Cinecittà su schermo gigante).

2001: Odissea nello Spazio non fu il mio primo Cinerama. Nel 1963, sempre al Royal, avevo visto il magnifico La conquista del West (How the West Won) corale epopea della Fontiera firmata da John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe.

Fu il secondo live action girato in Cinerama (dopo l’esordio di questa tecnica di ripresa e di proiezione, nel 1952, con il documentario, Questo è il Cinerama). Ne seguirono altri come Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo di Stanley Kramer e, appunto, 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Che però non erano veri e propri Cinerama ma Super Panavision 70 proiettati su schermo curvo. Riprese, dunque, con una sola cinepresa (invece di tre) e proiezione con pellicola unica.

La differenza fondamentale, in meglio, era che sparivano le sottili giunture verticali tra le tre pellicole proiettate contemporaneamente (ricordo la cabina di proiezione del Royal, enorme, che occupava una buona parte della sala, per farci stare le tre gigantesche «macchine»). In peggio: si perdeva parte dell’effetto presenza, un po’ simile al 3D, dovuto all’incrociarsi delle immagini (il proiettore di sinistra illuminava lo schermo di destra e viceversa).

Ma 2001 fece comunque il suo effetto. E che effetto! La curva del grande schermo Cinerama rendeva al massimo le sequenze spaziali, il fluttuare delle astronavi e il balletto in assenza di gravità degli astronauti. Ma soprattutto le particolari sequenze ideate e realizzate da Kubrick (costruendo negli studios un’apposita «centrifuga» riproducente una porzione dell’astronave Discovery) con Keir Dullea che fa jogging ruotando in sincrono con i corridoi della nave spaziale, davano davvero la vertigine. E la sequenza psichedelica del sottofinale, sparata negli occhi dello spettatore su uno schermo di 28 metri per 10, era più «sballante» degli acidi che andavano di moda in quegli anni.

Ricordo anche che all’uscita dal film diffondevano dei volantini in cui si suggerivano allo spettatore alcune interpretazioni delle metafore sparse nel film: il significato dell’apparizione del monolite e il collegamento con i «salti» compiuti dall’umanità; o il finale con il vecchio astronauta morente e il super-feto galleggiante nello spazio. Aggiungevano poco, a dire il vero, perché il film era talmente pieno di cose, suggestioni, pensieri, immagini, musiche ed effetti speciali da bastare a se stesso. E il Cinerama gli dava una mano.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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