Quando salvare vite era un orgoglio e non un reato. Il ritorno di Montalbano, tra i migranti

Da lunedì 11 febbraio, in prima serata su Rai1, due nuovi episodi del commissario Montalbano, nato dalla penna sapiente di Andrea Camilleri: “L’altro capo del filo” e “Un diario del ’43”. Un ritorno alla grande, “Vent’anni dopo” – e sì sono 20 anni che va in onda – neanche si trattasse dei “Tre moschetieri” di Dumas… Eppure nel suo caso tutto resta invariato a parte il “contesto”, ossia il potente ingresso della cronaca, quella degli sbarchi dei migranti in Sicilia. Hai visto mai che in era Salvini Montalbano diventerà un criminale, e seguirlo in tv un crimine? …

Chissà se Alessandro Dumas avrebbe da ridire. Vent’anni non passano mai invano. La sua creatura letteraria del 1848 , I tre moschettieri (che come è noto sono in realtà quattro: Athos, Portos, Aramis cui si aggiunge il provinciale d’Artagnan) tornano in scena, appunto nel romanzo dell’anno successivo, Vent’anni dopo, cambiati in un mondo che è profondamente cambiato (come li racconta Giovanni Veronesi nel suo ultimo film).

Luigi XIV è subentrato a Luigi XIII, il Cardinale Mazzarino ha preso il posto di Richelieu, la regina Anna ha raffreddato i giovanili bollenti spiriti, a Parigi la Fronda agita il panorama politico. E loro, prima di rimettersi insieme per la nuova avventura? D’Artagnan ha fatto carriera, è diventato tenente dei moschettieri. Athos, un vero blasonato di nobile e antica famiglia, vive col fantasma di Milady a fargli compagnia, occupandosi del giovane “Conte di Bragelonne” che darà titolo e trama alla terza avventura della trilogia dumasiana. Aramis, datosi alla carriera ecclesiastica, è diventato Abate. Porthos è un ricco contadino che sogna il titolo nobiliare di Barone. Tutti avvertono, nel fisico, il marchio dell’inarrestabile orologio.

Insomma, Dumas, amante dei grandi sconvolgimenti, potrebbe forse storcere la bocca se, lunedì prossimo, 11 febbraio, dopocena, si mettesse sul divano e, sintonizzato su Rai1, vedesse la prima delle due puntate (lunedì 18 febbraio la seconda) dell’eterno commissario Montalbano.

Ebbene sì, fedeli schiere di Salvo, Salvuccio nostro che indaghi a Vigata, vent’anni dopo, grazie alla inesauribile fantasia di Camilleri, possiamo deliziarci ancora sentendo la voce di Luca Zingaretti che è tornata a pronunciare il familiare: “Montalbano sono”, che non ha niente da invidiare al: “Bond, mi chiamo James Bond”.

Anche per Montalbano infatti sono passati vent’anni dal primo episodio di una saga iniziata con l’episodio Il ladro di merendine. Da allora un trionfo dopo l’altro che la Rai giustamente ricorda con orgoglio. Con i due nuovi episodi salgono infatti a 34 i film complessivi della tv movie collection, fra le più acclamate da pubblico e critica, che hanno avuto 150 repliche in prima serata.

Il successo delle storie del commissario di Vigata, oltre alle prime visioni sempre vincitrici nella corsa all’audience, (e trasmesse in ben 65 paesi, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, andate in onda anche in Sud America e Asia, Iran compreso) ha raggiunto punte di 12 milioni di ascoltatori, spazzolando il 44% di share, ma ottenendo ascolti record anche al sesto e settimo passaggio televisivo con, se ne potrebbe dedurre, anche una significativa staffetta generazionale.

Ma perché Dumas dovrebbe avere da ridire sul nostro nuovo-eterno Montalbano? Perché, per molti aspetti, agli occhi di un telespettatore poco attento, potrebbe sembrare che nell’universo di Andrea Camilleri niente sia cambiato nonostante i venti anni passati. Il paese è sempre lo stesso, congelato nella sua dimensione iconica. La casa di Marinella manco una rinfrescatina alla terrazza sul mare. Il commissariato è sempre lo stesso, stesso mobilio – solo i computer hanno sostituito la macchina da scrivere – stesso via vai, in un eterno presente.

Le automobili usate dai poliziotti poi, a partire dal Nostro, che arranca su una vecchissima Fiat targata AK (e se fosse vero che la Polizia usa macchine vecchissime? che ne direbbe il dinamico ministro dell’Interno?). Anche gli abiti dei personaggi, banali e stazzonati, sono sempre gli stessi, in barba all’italian style. E infine sono sempre gli stessi – con variazioni minime obbligate da Sorella Morte come nel caso del medico legale, il vulcanico, iracondo, simpatico dottor Pasquano, il divoratore di cannoli sostituito a una tranquilla dottoressa – sia i personaggi che gli interpreti dei nostrani quattro moschettieri: oltre a Montalbano-Zingaretti, Mimì Augello-Cesare Bocci; Fazio-Peppino Mazzotta; Catarella-Angelo Russo. Livia, l’eterna fidanzata, nelle sue fugaci apparizioni, ormai da molti episodi è la bella Sonia Bergamasco. Insomma personaggi assurti quasi a maschere, ognuno con i suoi pregi e difetti, che danno vita a dinamiche note a arcinote.

Ma possibile non sia cambiato niente nell’universo montalbaniano? Tranquilli spettatori e tranquillo anche Dumas: il tempo non passa mai invano. E, ci si può giurare, i segni sono sempre visibili. Erano invecchiati, tanto per cominciare, i protagonisti di Dumas, sono invecchiati quelli di Camilleri.

Montalbano, a dire il vero, regge bene. Il fisicaccio è appena appena appesantito. Non avendo capelli non sappiamo con certezza se siano ingrigiti, possiamo solo dedurlo dai bagliori della barba, ma insomma. Le rughe sul volto di Fazio invece, col suo eterno e malinconico giubbettino, adesso risaltano in maniera inequivocabile. E le tempie di Augello e soprattutto di Catarella sono visibilmente ingrigite. Già, Catarella, anche piuttosto ingrassato oltre a essere sempre più imbranato al limite -superato a parere di chi scrive – di essere fastidioso e non più divertente. Ma in fondo, ci possiamo consolare, è il destino che corrono tutte le maschere, comprese quelle di monsieur Dumas.

Quello che soprattutto, con espressione tipicamente siciliana è cambiato, è “il contesto”. Nell’universo siculo di Camilleri-Montalbano, fino ad ora, si erano snodate storie che si possono ricondurre a tre filoni. Quello dei delitti passionali, storie di corna e di letto. Quello della memoria, vecchie storie che riemergono dal passato per riproporsi nel presente. Un esempio mirabile resta Il cane di terracotta e in questo filone rientrerà anche l’episodio in onda lunedì 18, intitolato emblematicamente Un diario del ‘43. Terzo filone, quello che in realtà aveva sempre dominato o fatto da sottofondo, l’ambiente mafioso, i traffici illegali, la guerra tra famiglie, la corruzione della politica collusa con la malavita.

Nell’episodio di lunedì prossimo, L’altro capo del filo, tornano in parte le vicende del passato a spiegare l’omicidio brutale di una bella sarta, amica di Livia. Ma, quasi a prologo, a far da cornice e ad introdurre poi anche nuovi personaggi, irrompe con una violenza sconosciuta in episodi precedenti, in tutta sua drammaticità, nella prima, drammatica e bellissima prima parte, la cronaca. Quella che coinvolge in larghissima parte la Sicilia. La cronaca dell’immigrazione. Degli sbarchi dei derelitti provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente che arrivano al porto di Vigata assurta a simbolo di tutti i porti allora ancora aperti.

Storie di violenze e di stupri. Di fughe disperate. Di giovani annegati i cui corpi arrivano sulle nostre spiagge, fin sotto casa di Montalbano che ne raccoglie uno depositandolo fra la sabbia con i gesti lenti e dolenti di una sacra rappresentazione della deposizione di Cristo. Una tragedia talmente immane da portare il laico commissario in una chiesa a chiedersi il perché di tanta sofferenza.

Di questo aspetto del nuovo Montalbano si è già parlato molto. Con le solite speculazioni: sarà compatibile, su Rai1, in prima serata, una storia in cui l’accoglienza è ancora vista come una virtù eroica e non come un crimine, secondo la nuova vulgata salviniana? Alberto Sironi, il collaudatissimo e fedelissimo regista della serie, lo ha ammesso chiaramente: “Raccontare in un film quello che il pubblico ha già visto nei telegiornali degli ultimi anni è stato il mio primo problema”. Come ha fatto? “Ci siamo documentati, abbiamo visto la verità, abbiamo anche noi assistito agli sbarchi notturni e poi abbiamo ricostruito nel film le storie di chi arriva in cerca di salvezza e il lavoro di quelli che sono demandati a riceverli”. O perlomeno lo erano fino a ieri.

Come sia stato risolto il dilemma è ormai noto. Cancellarlo dal palinsesto sarebbe stato una sorta di colpo di stato. E allora la nuova dirigenza Rai, sensibile ai venti della politica, come sempre, ha pensato bene di correre ai ripari cacciando dalla seconda serata, a seguire Montalbano, il sovversivo (???) Fazio per sostituirlo con il più garantito e soporifero Vespa a commentare i risultati elettorali in Abruzzo. Chissà se questa puntata, nei prossimi passaggi televisivi, sarà ritrasmessa. Vuoi vedere che alla fine, coi tempi che corrono, il commissario Montalbano diventerà un criminale, e seguirlo in tv un crimine? Nel dubbio vale la pena goderselo subito.

Lorenzo Scheggi Merlini

Giornalista

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