Quella “cena” così amata dal cinema

È il best seller dell’olandese Herman Koch, “La cena” (Neri Pozza) che vanta già tre adattamenti cinematografici, l’ultimo quello dell’americano Oren Moverman. Una storia potente condita da molte spezie: la violenza di cui si nutrono i giovani quotidianamente; la bassa stima nei confronti dei politici; i rapporti di famiglia; quante cose immorali i genitori sono disposti a fare pur di salvare l’apparente equilibrio felice della loro famigliola…

“I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo

Partenza sprint: una robusta, liberatoria e non poco acida vomitata su tutti quegli insopportabili vezzi che con la forza infestante del taràsseco o del cynodon dactylon (gramigna) si sono radicati ovunque nei ceti borghesi – intellettuali ma anche no –  in questo primo quasi ventennio del ventunesimo secolo.

Paul Lohman, ex insegnante di storia, protagonista auto-narrante non se ne fa scappare uno.
Li sottolinea ed evidenzia con il sarcasmo iperattivo ed extra-lucido di cui sono dotate solo le menti bipolari quando, dopo il letargo della fase “down”, passano in poppa in quella “app”.

Anche se al suo accurato elenco di usi e costumi spesso assai ridicoli, qualcuno, che mi sarebbe piaciuto suggerirgli, io ancora ce l’avrei.

C’è da dire però che l’olandese Herman Koch (classe 1953), questo romanzo (edito in Italia da Neri Pozza) l’ha scritto nel 2009 (prima che altri vezzi lievitassero). E così bene che non solo è diventato da subito un best seller, ma in pochi anni ha stimolato l’arrivo sugli schermi di ben tre film: in Olanda Het Diner di Menno Meyjes, in Italia I nostri ragazzi di Ivano De Matteo e ora The Dinner dell’americano Oren Moverman. Del resto Koch non è soltanto un romanziere, ma giornalista, sceneggiatore e pure attore, dunque la “macchina” la conosce bene.

Paul è di certo un appassionato di cinema che non sopporta chi parla o scrive di cinema (Oddio, ma a volte come dargli torto?); non sopporta gli untuosi salamelecchi nei lussuosi ristoranti nei confronti dei potenti; non sopporta gli avventori che si fingono colti sommelier subito pronti a “blaterare sul retrogusto terroso”; le mini-porzioni su cui il maître punta il ditino per spiegare il suo nulla; le ipocrisie della gente e tanti tic, anche innocui, come ad esempio l’uso che fanno le donne degli orecchini.

Ma soprattutto non sopporta il fratello Serge (e questo, come da copione, dai tempi di Caino e Abele) che è un noto, amabile politico in dirittura d’arrivo nel ruolo di Primo ministro. Insomma un uomo di successo. Che lui non è. E non è neanche più insegnante.

La cena che da’ il titolo al romanzo, si svolge tutta in un lussuoso ristorante, uno di quelli dove, per guadagnarsi un tavolo, ai normali (si fa per dire) tocca una lista d’attesa di almeno tre mesi.

Non a Serge, ovviamente, che ha scelto senza problemi questo luogo di charme per affrontare con il fratello e le reciproche mogli – tra aperitivo, primo, secondo piatto, dessert, mancia e sbirciate dai tavoli vicini – un problema di famiglia. Una patata bollente. E non da poco: riguarda i loro figli adolescenti che qualche cosa di parecchio inquietante sembra l’abbiano fatto. Anche se chi dei quattro commensali sia davvero informato su tutto, si scoprirà, in un crescendo doloroso, a ritmo di portate.

Lo scopo che si è dato Serge, e la ragione dell’incontro, è quello di decidere che fare per il loro futuro. Dei figli soprattutto, ma anche di loro genitori.

Insomma, la partenza al vetriolo che ci diverte e fa tifare per l’ombroso Paul, vira ben presto verso il dramma e il thriller.
Mentre il tempo e il luogo, circoscritto al locale, si apre in molti illuminanti flash back che lo dipanano.

Una storia potente condita da molte spezie: la violenza di cui si nutrono i giovani quotidianamente, con giochi e internet; la bassa stima nei confronti dei politici; i rapporti di famiglia; quante cose immorali i genitori sono disposti a fare pur di salvare l’apparente equilibrio felice della loro famigliola.

Ma del menu del giorno la portata più importante è quella sulla malattia mentale e sulla sua non improbabile trasmissione genetica.

E l’impressione è che ne sia toccato e convinto anche il regista Oren Moverman che nel suo The Dinner così fedele al romanzo da mantenere quasi parola per parola quanto ha scritto Herman Koch, si permette una frase che nel libro non c’è: “in ogni famiglia c’è almeno una malato mentale”, e la fa dire a Richard Gere, nel ruolo del fratello di successo. Politico che nel film svela un lato più umano, sofferente e meno antipatico di quanto sia nel libro. Sorte che viene “risparmiata” in questo film, ma anche in quello italiano, alle figure femminili.

Unico piatto un po’ bizzarro del romanzo: mi chiedo solo come possa venire in mente a qualcuno, sia pure o per di più un politico in fase di elezione, di intavolare coi parenti questioni cosi inquietanti e private in un famoso ristorante.

Marina Pertile

giornalista

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