Quelli che l’utopia. A casa Guédiguian esiste e colpisce al cuore

In sala dal 12 aprile (per Parthénos) “La casa sul mare”, grande ritorno di Robert Guédiguian, già passato a Venezia. Un film che parla d’amore, di futuro, di sogni e speranza. Un film a suo modo politico, perché parla di lotta di classe, ma lo fa raccontando le persone al di là della retorica che spesso accompagna il cinema politico degli ultimi decenni. In quella villa sul mare dove si ritrovano quei tre fratelli accanto al vecchio padre, l’utopia esiste. Ed è contagiosa. Da non perdere assolutamente …

Terminata la visione del film, ho attraversato un pezzo di città a piedi. Da solo, in una notte tiepida di una stagione indecifrabile. Camminare è una delle condizioni migliori per ripensare un film. Perché persone cose e silenzi, anche quelli ridotti e amplificati della notte, ti scorrono accanto e ti costringono ad andare avanti, se per te la vita è anche questo, a occhi e cuore aperti.

Bisogna essere pronti ad aprire il cuore nel vedere questo film, che parla d’amore, che parla di futuro, che parla di sogni. Che parla di un uomo molto anziano che sembra arrivato alla morte, ma la rimanda per un po’ riuscendo a lottare aggrappandosi con la mano ad un tavolo, accanto al quale è solito guardare il mare, in un luogo che è stata l’incarnazione di una sua visione che a molti sembrava un’utopia.

Che parla dei suoi tre figli, due fratelli e una sorella, che attraverso esistenze diverse hanno conosciuto il dolore la sconfitta l’illusione, forse almeno uno anche la rassegnazione.

“C’è qualcosa di cambiato in questo luogo, che sembra quasi spento.”
“Siamo cambiati noi”.

Robert Guédiguian osa fino in fondo e ci fa vedere i tre e quel luogo com’erano trent’anni fa, attraverso le immagini tratte da Ki lo sa: un tributo al suo cinema, per certi versi una lezione di cinema, di chi ha fatto di un gruppo di attori e collaboratori la sua forza e la sua caratteristica.

È un film che parla di un uomo e una donna anziani, amici con le dovute distanze dell’anziano padre, che pur di non arrendersi ad una realtà che non piace più, tanto è troppo lontana dai propri ideali, preferiscono adagiarsi su un letto e affidarsi alla morte tenendosi per mano, quasi fosse un ultimo gesto di lotta.

Sì perché questo è un film a suo modo politico, perché parla di lotta di classe, ma lo fa raccontando le persone al di là della retorica che spesso accompagna il cinema politico degli ultimi decenni.

E poi, soprattutto, questo è un film sulla speranza. Perché la sorella attrice accetta un amore assurdo e improbabile con un giovane pescatore. Perché il fratello ex sindacalista perdutamente comunista accetta l’idea di poter continuare a lottare attraverso la scrittura. Perché l’altro fratello ristoratore, che ha sempre saputo che la sua missione era quella di tenere in vita quel luogo, ritrova attraverso l’incontro con i fratelli la forza di proseguire.

E poi c’è quello che rende questo film veramente sfrontato, riuscendo a toccare una delle cose più difficili da raccontare in un film: tre bambini profughi, una sorella e due fratelli, sbattuti sulla costa da un naufragio. I due fratelli si tengono per mano e non si staccano mai, tutt’al più accettano l’idea di cambiare mano con cui tenere l’altro per potersi cambiare i vestiti, ma rimanendo comunque per qualche secondo legati a quattro mani per non rischiare di rimanere totalmente slegati anche solo per un attimo.

Guédiguian rischia forte, perché qui il film potrebbe anche lui naufragare. Invece no, va dritto fino in fondo in maniera credibile. I tre adulti accolgono i tre bambini ingannando chi li sta cercando per rimandarli a casa. Insieme andranno verso domani. E il loro giocare, tutti e sei insieme, con l’eco prodotta da un ponte su cui passa il treno che scandisce le giornate di quel luogo, risveglierà, non sappiamo per quanto né ci importa di saperlo, il vecchio padre e la sua utopia. Che forse utopia non è mai stata, che forse utopia non è.

Gianluca Arcopinto

Produttore indipendente, regista, scrittore. Ha prodotto e distribuito almeno un centinaio di film, scoprendo, tra gli altri, Matteo Garrone, Luca Miniero, Paolo Genovese, Eugenio Cappuccio, Vincenzo Marra, Salvatore Mereu, Francesco Munzi, Gianni Zanasi.

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