Ritorno a Vigata su Rai1. Con Camilleri la storia è un’altra storia

In onda in prima serata su Rai1, “La stagione della caccia”, un nuovo Camilleri storico, trasportato sul piccolo schermo da Roan Johnson (I primi della lista, Piuma). Dopo “La mossa del cavallo” dello scorso anno, si torna nella Vigata del 1880 dove l’arrivo di un farmacista (Francesco Scianna) fa precipirare gli eventi, con un susseguirsi di misteriose morti. Un’altra serata Camilleri tutta da gustare …

Ancora una volta sprimacciate i cuscini di poltrone e divani. Rifornitevi del pop corn d’ordinanza, e mettetevi comodi. Pronti a godervi un’altra serata Camilleri. Trainato dal travolgente successo dell’eterno, immenso Montalbano, arriva infatti lunedì 25 febbraio, in prima serata su Rai1, prodotto da RaiFiction e Palomar, un altro tv movie tratto da un’opera dall’inesauribile genio siculo.

Perché quando dici Camilleri, dici un successo assicurato. E come spesso accade, dici due ore deliziose passate ad ammirare la travolgente natura di Trinacria, anch’essa protagonista della storia, la sua campagna e il suo mare, i palazzi stupefacenti della sua nobiltà messi in risalto stavolta con grande amore dal regista Roan Johnson, inglese di nome per via di padre ma di madre teramana e per di più cresciuto a Pisa.

Gli interni, per dire, sono stati girati nel palazzo Mormino-Massari, in piazza Italia a Scicli, (già usato per due episodi di Montalbano) mentre per gli esterni la troupe si è spostata a Marzamemi. Il tutto a far da cornice a un’altra storia che è al fondo tragica ma con molti spunti, nel suo svolgersi, perfino divertenti. Parliamo de La stagione della caccia, trasposizione per il piccolo schermo dell’omonimo libro uscito per i tipi di Sellerio editore nell’ormai lontano 1992.

Camilleri aveva già pubblicato, nel ‘78, il suo primo romanzo Il corso delle cose, da cui erano state tratte tre puntate di una fiction tv andata in onda col titolo, La mano sugli occhi. Ma nel 1989 nacque Montalbano e il successo fece esplodere anche la fama del suo autore. Così La stagione della caccia fu un libro – tradotto in Brasile, in Francia, in Germania, Grecia, Spagna, Portogallo, Olanda – che contribuì notevolmente a presentare a un pubblico sempre più numeroso tutta la sapienza di Andrea Camilleri.

Con quel titolo infatti, decollò definitivamente la produzione del filone storico del grande romanziere, quella che si è affiancata alle avventure del commissario di Vigata e che ha visto susseguirsi veri capolavori, da Il birraio di Preston a La concessione del telefono, da Un fil di fumo a La bolla di componenda e tanti altri, tutti da leggere, tutti da conservare come esempio di “indagine storica”- gli storici di professione non ce ne vogliano – oltre che come esercizio di scrittura, con la neolingua siculo-camilleriana ormai divenuta così popolare anche se, nel nostro caso, a modesto parere di chi scrive, i sottotitoli in italiano, già sdoganati per tradurre il dialetto napoletano, non avrebbero guastato.

Questo libro, questa storia, ha raccontato lo stesso Camilleri, anche se in apparenza ricorda la trama di un film inglese, nasce da l’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875/76) e precisamente il punto in cui alla domanda di un membro della commissione che chiedeva ad un responsabile dell’ordine pubblico se ultimamente nella sua zona vi fossero stati fatti di sangue questi rispondeva: “No. Fatta eccezione per un farmacista che per amore ha ammazzato sette persone”.

Nella Vigata del 1880, racconta dunque Camilleri, anche coautore della sceneggiatura, arriva un nuovo personaggio che sarà al centro di tutta la storia. Chi ha visto, lo scorso anno, La mossa del cavallo, altro romanzo storico di Camilleri approdato sul piccolo schermo, primo episodio di quella che la Rai chiama “serie evento: c’era una volta Vigata” non può non ricordarne le immagini di apertura: i piedi del protagonista che lentamente scendono dal predellino di una carrozza, introducendone la figura intera, che avvertono lo spettatore dell’arrivo dell’eroe con la pistola, ricreando un clima da film western quando arriva il Clint Eastwood di turno in uno dei capolavori di Sergio Leone, oppure dell’arrivo dell’eroe anonimo nei Sette samurai e in tutti i rifacimenti che lo hanno scimmiottato.

Questa volta il Nostro non arriva scendendo da una carrozza bensì sbarcando da una nave al porto di Vigata. È un giovane elegante, cappello in testa e borsetta tipo medico in mano, che si staglia per aspetto e portamento fra la varia umanità che scende dal postale, suscitando immediatamente la curiosità dei cittadini. Ma anche terrorizzando il vecchio marchese Peluso, infermo, sporco e in evidente stato di demenza, che guardandolo, in un momento di lucidità annuncia: “è iniziata la stagione della caccia”.

Si scoprirà che è un farmacista, Fofò La Matina figlio di un contadino che molti anni prima aveva lavorato per la potente famiglia dei marchesi Peluso di Monte Venerina, i nobili dominatori assoluti della zona. Ma il padre di Fofò non era un lavorante qualsiasi, perché era l’addetto alla cura di un giardino miracoloso, situato in un luogo misterioso, rigoglioso di frutti e di erbe che guarivano ogni male. E ora il figlio che si era allontanato decenne dalla città, tanti anni prima, vi faceva ritorno portandosi dietro il mistero della sua persona e delle paterne erbe miracolose.

Inutile dire che con l’arrivo di Fofò, gli eventi precipitano. Si apre infatti davvero “la stagione della caccia” che dà il titolo al racconto, con i membri della famiglia Peluso che, ad uno ad uno, nel corso di pochissimi anni, moriranno in modo più o meno sospetto. A partire dal vecchio Marchese-padre suicida in mare perché lui stesso dichiara che preferisce suicidarsi anziché essere ammazzato. Ed è la successione delle varie morti, (alla fine se ne conteranno nove, naturali, accidentali, senza o con contorno misterioso, tutte magistralmente raccontate con dovizia di particolari), a scandire il progredire della tragedia.

Muore il tremebondo marchesino, muore la madre, muore il Marchese Filippo, muore il cugino pretendente, muore lo zio arrivato dall’America con moglie, cameriere e cuoca nera al seguito. Funghi velenosi, pillole misteriose, cuori che scoppiano, crisi insuliniche: ce n’è per tutti i gusti.

Ogni volta il farmacista, per una diversa ragione è in qualche modo coinvolto o testimone privilegiato. E ogni volta alla morte seguono dolenti funerali, abiti neri, benedizioni e processioni funebri, bare e cappelle patrizie in primo piano. Sopravvivrà alla strage solo la bellissima figlia del marchese, la riservata ma ben più forte di quanto non appaia, ‘Ntontò’, divenuta unica erede della famiglia sterminata, con la quale infine convolerà a nozze il nostro Fofò che ne era innamorato fin da quando era ragazzo e la guardava sapendo che lui, povero figlio di contadini poveri, mai avrebbe potuto avere.

Sfilano personaggi incredibili: il marchesino innamorato di una capretta; il Marchese ossessionato dalla discendenza maschile che vuole e cerca ad ogni costo. I contadini e le loro mogli costretti a subire violenze incredibili, anche se apparentemente consenzienti. I frequentatori del Circolo dei Nobili, che non ci sono più sostituiti dai borghesi arricchiti, spesso vecchie mummie incartapecorite, pettegole e maldicenti. Si stagliano intriganti e conturbanti personaggi femminili che profumano di sesso e zagara anche dallo schermo.

Ha confessato il regista: “Quando ho finito di leggere il romanzo di Camilleri da cui è tratto il film sono rimasto sbalordito e confuso. Sbalordito perché è un romanzo ricco di personaggi straordinari, toni diversi, aneddoti esilaranti, idee brillanti e sono rimasto confuso per le stesse ragioni”.

Gli attori sono davvero uno più bravo dell’altro, dal protagonista Francesco Scianna-Fofò, a Miriam Dalmazio -‘Ntontò, da Ninni Bruschetta-Padre Macaluso a Gioia Spaziani-Clelia Tumminello. Ma una parola speciale va spesa soprattutto su Tommaso Ragno- Filippo e don Totò Peluso, che giganteggia e spacca lo schermo con la sua travolgente personalità.

Vale la pena sottolineare ancora una volta la bravura del regista che si è calato perfettamente nello spirito di una Sicilia fatta anche di sguardi, di taliate direbbe Montalbano, di mezze parole, di mezze verità e di intrighi, quella Sicilia che Camilleri, in ogni suo romanzo riesce a sviscerare con insuperabile maestria, come un chirurgo intento a una vivisezione.
Il finale, insospettabile, scoppia come una bomba. Ma naturalmente dovrete scoprirlo di persona personalmente il prossimo lunedì.