Il ritorno di Jodorowsky. E la vita è una “poesia senza fine”

Al cinema Farnese di Roma (21 e 22 luglio) e poi all’Apollo 11 (dal 26 al 28 luglio) “Poesia senza fine”, seconda parte dell’autobiografia di Alejandro Jodorowsky, scrittore, poeta, drammaturgo, teatrante, mimo, fumettista e regista cileno. La strada su cui cammina Alejandro è popolata, più della pista di un circo, da clown, acrobati, freak. Un racconto mitico e grottesco tra Fellini, Dante e i grandi poeti cileni Enrique Lihn, Stella Diaz e Nicanor Parra (fratello di Violeta Parra) appena scomparso. Da non perdere…

Ne avevamo perso le tracce sui nostri schermi, ma ora Alejandro Jodorowsky è tornato con questo sfolgorante e fastoso film, Poesia senza fine (2016, distribuito da Mescalito Film), seconda parte della sua autobiografia (la prima, La danza della realtà, era del 2013). E con successo, visto che le proiezioni – solo per parlar di Roma – si danno il cambio e s’inseguono da oltre un mese nelle sale dei cinema Apollo 11, Detour e Farnese, e che Poesia senza fine si è trascinata dietro, in un’affollata maratona, la riproposta de La danza della realtà.

Non è una sorpresa, almeno per chi conosce Jodorowski, scrittore, poeta, drammaturgo, teatrante, mimo, fumettista e regista: capace, appunto, di mettere in scena linguaggi e culture diverse (di origini ebraico-ucraine, è nato in Cile e poi naturalizzato francese), mistica, magia (lettore di Tarocchi) e visionarietà (assieme a Moebius ha firmato alcuni tra i fumetti più belli e anticipatori dell’immaginario fantascientifico).

Poesia senza fine comincia esattamente dove si arrestava La danza della realtà, con l’arrivo a Santiago dalla natia Tocopilla della famiglia Jodorowsky, padre, madre e figlio, foglie di un frondoso albero genealogico. È una piccola migrazione, questa, che segna anche il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e alla giovinezza; prima di quella più grande migrazione che porterà Alejandro a vivere l’età adulta in Europa, a Parigi.

Percorsi e transizioni non facili in un paese come il Cile – tra i Quaranta e Cinquanta – povero, bigotto e dominato da una dittatura parafascista e in una famiglia altrettanto costrittiva. Il padre Jaime (Brontis Jodorowsky) che gestisce un negozio di abbigliamento (biancheria femminile, soprattutto) con sulla parete il ritratto di Stalin, ostacola la passione del figlio per la poesia; la madre Sara (Pamela Flores) succube, remissiva e legata al figlio da un rapporto morboso, non parla ma si esprime cantando e gorgheggiando come una soprano; la nonna Teresa dispotica matriarca e nodosa radice di quell’albero che il ribelle Alejandro abbatterà per liberarsi dal giogo familiare (della genealogia della famiglia, Jodorowsky ha scritto nel suo straordinario libro Quando Teresa si arrabbiò con Dio, Feltrinelli 1996) e salpare, appunto, per Parigi inseguendo la poesia.

Trattandosi di Jodorowsky il duro percorso di affrancamento e affermazione di se stesso si trasfigura in un racconto mitico e grottesco, sospeso tra «amarcord» felliniani e attraversamento di gironi danteschi.

Come in Fellini, la strada su cui cammina Alejandro è popolata, più della pista di un circo, da clown, acrobati, freak e come in Fellini il sesso è incarnato in giunoniche creature, dalla madre Sara alla musa e amante, la poetessa Stella Diaz (non a caso impersonate e interpretate dalla stessa attrice, la bravissima e bella Pamela Flores).

E come nella selva dantesca Alejandro scende di girone in girone tra deformi, mutilati e dannati da flagelli fisici e morali. Ma Jodorowsky, si sa, da buon mago alchemico trasforma qualsiasi materia in oro e così il film, che non ci risparmia sequenze e immagini anche dure e scioccanti, riscatta il tutto in una marcia e in una parata fantasmagorica e lisergica con sfoggio di costumi e colori fotografati da quell’altro mago che è Christopher Doyle (direttore della fotografia dei film di grandi maestri del cinema orientale).

Su tutto vince davvero la poesia per la quale si spende, e di poeti veri sono fatti gli incontri del giovane Jodorowsky, da Enrique Lihn a Stella Diaz al poeta e matematico Nicanor Parra (fratello di Violeta Parra), scomparso pochi giorni fa, all’età di 103 anni.

Alejandro Jodorowky accompagna come voce-presenza «fuori campo» gli altri Jodorowsky – il padre, lui bambino (Jeremias Herskovitz) e poi giovane (Adan Jodorowsky che firma anche le musiche) – attori e interpreti, come si vede, quasi tutti suoi figli e parenti.

Film corale e familiare, dunque, ma in cui l’unico e vero demiurgo è lui, Alejandro, che con la sua bella e curata barba bianca guida e traccia i destini, distribuendo e scoprendo i suoi amati tarocchi (chi lo iniziò all’arte divinatoria, nel film è interpretata da Carolyn Carrlson). Come ha tracciato il suo, di destino, tra arte e vita.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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