Ritratto di cacciatori (feroci) con preda. Il gusto di uccidere secondo Seidl

In sala dal primo settempre (per Lab 80 Film), “Safari”, l’ultimo lavoro dell’urticante autore austriaco Ulrich Seidl, già passato allo scorso festival di Venezia. Una spietata istantanee sul gusto di uccidere dei turisti tedeschi ed austriaci. Storie di gente normale trasfigurata dall’ossessione della caccia…

Quanto costa una zebra? E uno gnu o un facocero? Un leone, una giraffa, un elefante? Nel documentario di Ulrich Seidl (Safari, in sala dal primo settembre per Lab 80 Film) gli animali hanno il cartellino del prezzo.

I “cacciatori” austriaci e tedeschi scelgono dal listino e vengono accompagnati nel grande supermarket africano ad abbattere a fucilate le loro prede.

La camera li segue e fotografa tutto con uno stile frontale e diretto che nelle interviste e nei ritratti raggiunge vertici di lacerante espressività. I gesti sono puliti, misurati e cortesi, quasi colti, come si addice a dei gentlemen che nulla hanno a che vedere con l’immagine del cacciatore in lotta con gli elementi naturali.

Qui non si lotta per la sopravvivenza come il Robert Redford di Corvo Rosso, non c’è astuzia nello stanare la preda, quasi non c’è neanche il sangue, e nemmeno tutte quelle altre cose noiose che di solito la morte si tira dietro. Non c’è predazione, solo pulsione di possesso.

La morte dell’animale, il gesto di uccidere rimangono l’unico oggetto di desiderio: l’atto libidico che giustifica l’azione, il fine e il mezzo. I “cacciatori” seguono le guide, gli viene indicata la preda, la linea di tiro, il tipo di tiro. Poi l’avvicinamento all’animale abbattuto, gli abbracci di gioia, il respiro corto di chi ha appena raggiunto un orgasmo, e si prepara il set per la foto di rito.

Forse gli uomini uccidono sempre per motivi estetici: per eliminare un’anomalia, l’aberrazione di un ordine particolare delle cose, come potrebbe fare un serial killer; o per affermare la propria natura razionale sul mondo selvaggio, disordinato e incomprensibile.

In questa affermazione di potenza si concretizza l’atto erotico del possesso. L’ostentazione dei trofei in bell’ordine sulle pareti delle case eleganti, è la rappresentazione concreta della coazione a ripetere il gesto libidico: “Pazzo, noi vorremmo ucciderti cento volte”, dice il libertino sadiano alla sua vittima nelle 120 giornate di Sodoma.

O forse gli uomini uccidono solo per paura, si somministra la morte cento volte per esorcizzare il terrore della propria: “Sono vivo e non ho più paura”, dice Joker dopo aver ucciso il cecchino in Full metal Jacket.

Il film di Seidl non fornisce risposte, si limita a registrare dei comportamenti, a raccontare storie di gente normale trasfigurata dall’ossessione della caccia. Tuttavia l’eccellente montaggio, l’uso di inquadrature fisse, la focalizzazione di dettagli sempre spiazzanti, restituiscono una narrazione critica stimolante e coinvolgente.

Ovviamente questi “cacciatori” da salotto non mangiano le loro prede. Al più si limitano a considerazioni circa la prelibatezza del filetto di antilope. Mangiare è una cosa volgare, solo gli umili mangiano, e lo fanno per nutrirsi.