Ritratto di famiglia al femminile. La memoria oscura dell’Argentina secondo Trapero

In sala dal 4 luglio (con Bim), “Il segreto di una famiglia” di Pablo Trapero. Senza mai toccare i vertici di durezza de “Il Clan”, il regista argentino sceglie la via del melodramma giocando sul rapporto ambiguo, ricco di sfumature, tra le due sorelle e la madre che si ritrovano nella villa di famiglia, richiamate al capezzale del padre. È l’occasione per far riemergere poco alla volta certi segreti rimasti sepolti per anni …

Un po’ come succede con il cinema scandinavo alle prese con un inconscio collettivo pieno di incubi, il cinema argentino – almeno quello da esportazione – sembra insistere sul passato di un paese che non ha ancora chiuso i conti con il regime militare e i suoi fantasmi.

Va in questa direzione Il segreto di una famiglia di Pablo Trapero, che con Il Clan ha vinto il Leone d’argento per la Miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia e il premio Goya come Miglior lungometraggio nel 2015.

Eugenia (Bérénice Bejo) e Mia (Martina Gusman) sono due sorelle che vivono lontano l’una dall’altra, legatissime tra loro e assai somiglianti, entrambe disinibite e non conformiste.

In occasione della malattia del padre che lo condurrà alla morte, si ritrovano nella tenuta di campagna, La Quietud (titolo originale del film), dove abita ancora la vecchia madre dalla personalità straripante (la splendida Gabriela Borges), circondata dal lusso e dalla natura.

In un’atmosfera satura di ricordi e di sensualità, emergono poco alla volta certi segreti rimasti sepolti per anni, che riguardano sia le vite private dei personaggi, e i loro intrecci amorosi, sia il passato non proprio limpido dei due genitori, coinvolti in varia misura nelle turpitudini del regime.

Senza mai toccare i vertici di durezza de Il Clan, Il segreto di una famiglia sceglie la via più facile del melodramma, relegando le figure maschili in secondo piano, e giocando sul rapporto ambiguo, ricco di sfumature, tra le due sorelle e la madre.

Un registro che alla fine risulta poco convincente, nonostante i virtuosismi della macchina da presa che si dilunga in alcuni piani sequenza di notevole impatto.

Aggiunge poco alla denuncia del passato regime, se non per gli effetti collaterali con cui ha segnato la vita delle persone, e non indaga a sufficienza le contraddizioni e i nodi irrisolti dei rapporti tra i familiari. O meglio, lo fa solo in un paio di scene degne di nota.

Quando le due sorelle riscoprono un’intimità maliziosa che ricorda i giochi proibiti infantili, e quando Gabriela Borges confessa alla figlia maggiore, con un cinismo quasi insostenibile, di non averla mai amata come si conviene a una madre.