Salomè, Al Pacino “divora” Oscar Wilde

In sala dal 12 maggio il film di Al Pacino, con Jessica Chastain nella parte di Salomè. Tra documentario e finzione, teatro e cinema, l’attore celebra se stesso ma rischia di soffocare parzialmente la sostanza del capolavoro wildiano….

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Al Pacino adatta Salomè di Oscar Wilde, il dramma in atto unico pubblicato nel 1893 e rappresentato per la prima volta nel 1896. L’attore americano scrive e dirige Wilde Salomé, presentato al Festival di Venezia 2011 e – con cinque anni di ritardo – nelle sale italiane dal 12 maggio per Distribuzione indipendente.

Torna la storia di Erode, Salomè e Giovanni Battista, torna la danza dei sette veli dopo le molte trasposizioni precedenti: a partire da Salomè di Charles Bryant (1923), prima versione cinematografica, e passando per Salomè di William Deterle (1953) con Rita Hayworth protagonista, le tracce del mito sono ovunque. Lo ha frequentato, limitando al cinema, Almodóvar nel corto Salomè (1978), Carmelo Bene in Salomè (1972) con la modella Donyale Luna, Carlos Saura nel più recente Salomè (2002). Senza contare la genesi dell’opera che viene sfiorata nei vari film biografici sulla vita dello scrittore, il più noto Wilde di Brian Gilbert con Stephen Fry (1997).

Wilde Salomé si apre seguendo la preparazione dello spettacolo teatrale Salomè, che Al Pacino vuole mettere in scena a Los Angeles con un basso budget. Poi, gradualmente, “diventa” un film con l’attore che entra sul palcoscenico e inizia a provare. Dal documentario si passa quindi alla finzione e realizziamo che stiamo guardando Salomè. Gli attori recitano sia i ruoli assegnati sia la parte di se stessi. Ma non basta: mentre cambiano le comparse nell’esecuzione delle figure di contorno, il film si concede alcuni detour ricostruendo frammenti della vita di Wilde, narrati dallo stesso Pacino in viaggio a Dublino. Lo spettacolo teatrale è stato un flop, ha chiuso in breve tempo, ma dall’esperienza è nato questo film.

Tra making of e finzione, teatro e cinema, fallimento di uno spettacolo e nascita di un film, il regista riscrive il testo ritagliando Erode su se stesso: egli impegna il suo corpo per eseguire il re che coincide con la propria icona. Negli stralci di finzione l’autore di Riccardo III è avvolto in un cono d’ombra, emerge dell’oscurità e declama il testo, posizionandosi nel ruolo dominante del sovrano che “governa” l’azione. Alter ego manifesto del regista, Pacino/Erode prova a manipolare Salomè salvo poi, attraverso l’esercizio della seduzione, finire vittima della giovane e vedersi costretto all’uccisione del Battista per consegnare la sua testa.

La messinscena rispetta la fonte spostando l’attenzione sull’Actors studio, sulla celebrazione del mestiere dell’attore, sulla capacità degli interpreti di vestire i gusci archetipici dei loro personaggi. A contorno del master, la coprotagonista è Jessica Chastain in una Salomé a due facce: da una parte suona altalenante nel sostenere a dovere la temperatura drammaturgica della pièce, nell’enunciazione delle battute che convince a metà (Pacino non si batte), dall’altra consegna una danza dei veli che la iscrive nelle versioni più sensuali della protagonista. Kevin Anderson (Giovanni Battista) e Roxanne Hart (Erodiade) completano la partita.

L’ibridazione tra registri a tratti è riuscita, a tratti faticosa e irrisolta. L’apparato teorico (documentario, dietro le quinte, sperimentale, fiction pura) nasconde l’esaltazione dell’attore/regista: più Pacino Salomé che Wilde Salomé, dunque, con la legittima rimodulazione personale che soffoca parzialmente la sostanza del capolavoro wildiano.