Se l’allievo non supera i maestri. La streghetta che non strega di Yonebayashi

In sala dal 14 giugno (per Lucky Red), “Mary e il fiore della strega” di Hiromasa Yonebayashi, allievo dello Studio Ghibli e qui al suo debutto col nuovo Studio Ponoc. Alla base c’è il racconto dell’autrice inglese Mary Stewart che narra di una bimba divenuta streghetta per magia. E tanto di magia parla il film, ma alla fine è proprio questa che manca nonostante una ben oliata tecnica dell’animazione e la fresca manualità degli sfondi dipinti. E, invece, è proprio con la magia che il maestro Miyazaki è capace di avvincerci e trasformarci …

 

I maestri, va da sé, fanno scuola. Non potrebbe essere altrimenti per uno dei grandi dell’animazione giapponese: Hayao Miyazaki. Che nel suo Studio Ghibli – fondato assieme all’altro maestro Isao Takahata, recentemente scomparso – di talenti ne ha allevati parecchi.

Compreso Hiromasa Yonebayashi, classe 1973, a lungo collaboratore dello studio per il quale aveva firmato la regia di due eccellenti film come Arietty (2010) e Quando c’era Marnie (2014), senza contare il ruolo di animatore in alcuni dei capolavori di Miyazaki, da La Principessa Mononoke a La città incantata o in opere di Isao Takahata come I miei vicini Yamada.

Con un curriculum del genere, era parecchia l’attesa per il primo film prodotto dal nuovo Studio Ponoc, creato da Yonebayashi (dopo la chiusura del reparto di produzione del Ghibli) portandosi dietro uno stuolo di artisti della ex casa-madre. Mary e il fiore della strega (nelle sale dal 14 al 20 giugno, distribuito da Lucky Red), mantiene le attese solo in parte, meritandosi comunque un buon numero di stellette.

Mary Smith è una ragazzina dai capelli rossi raccolti in due ingombranti trecce. Non si piace molto e s’annoia durante le vacanze che trascorre nella casa della vecchia prozia Charlotte. Nelle scorribande tra campi e giardini, per inseguire il gattino di casa, finisce nella foresta e scopre un bellissimo fiore azzurro dai poteri magici. Si trasforma così in una streghetta con tanto di scopa volante e si ritrova catapultata in una scuola di magia diretta da Madama Mumblechook e dal Dottor Dee, una sorta di «mad doctor», ma più simpatico e pazzerellone. Per riuscire a salvare Peter (un ragazzino vicino di casa della prozia) finito nelle grinfie dei maghi e riportarlo a casa assieme ai gattini Tib (nero) e Gib (grigio) dovrà superare non poche prove, di magia e di vita.

Avrete capito che siamo dalle parti di Kiki, servizio a domicilio (1969, uno dei capolavori assoluti di Miyazaki), con protagonista – pure in quel caso – una streghetta sulla scopa e il suo fido gattino nero Jiji; con ampi condimenti – dai character agli sfondi, alle creature fantastiche e blobbose – de La città incantata, Il castello errante di Howl; con saporite spruzzate di isole volanti nel cielo alla maniera di Laputa – e un po’ di tutto il catalogo miyazakiano.

Di più, come accade in Miyazaki, il film è intriso di atmosfere e panorami europei e anglosassoni ed è tratto dal racconto per bambini La piccola scopa, scritto nel 1971 dall’autrice inglese Mary Stewart – a onor del vero – prima di Kiki e della saga di Harry Potter che pure ben occhieggia nella vicenda di Mary e il fiore della strega.

Il film sfodera un repertorio d’immagini tra il grottesco e il poetico, gioca con una ben oliata tecnica dell’animazione e la fresca manualità degli sfondi dipinti, parla molto di magia ma alla fine quel che manca, paradossalmente, è proprio la magia con la quale il maestro Miyazaki è capace di avvincerci e trasformarci. Comunque diverte e divertirà soprattutto bambini e ragazzini. E ragazzine.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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