Se le bestie sono loro. Mariam contro il branco dei poliziotti (tunisini)

In sala dal 26 luglio (per Kichen Film), “La bella e le bestie” di Kaouther Ben Hania, tratto da una storia vera, raccontata dalla vittima in un romanzo. Nella Tunisia post “primavera araba” il calvario di una ragazza decisa a denunciare lo stupro subito da un branco di poliziotti. Un film durissimo che ci riporta ai fatti di Genova, al massacro di Cucchi, e altri ragazzi come lui, alla storia delle straniere violentate a Firenze. Con l’interprete, Mariam Al Ferjani, che proprio a Milano dove vive e lavora ha rischiato di vedersi negato il permesso di soggiorno …

Non mi era mai capitato. Come se avessi sniffato cocaina a badilate dentro un film di Tarantino, un’energia feroce, non so bene se al terzo o al quarto capitolo, cominciava a montarmi e saliva una rabbia che solo castrando in fila con un’ascia tutti i panzoni poliziotti (senza escludere la collega con panza non da alimenti ma da gravidanza) che vedevo avrei potuto placare.

Guardavo La bella e le bestie, terza opera della regista Kaouther Ben Hania, tratta da una storia vera raccontata in un libro (Coupable d’avoir été violée) scritto dalla vittima, Meriem Ben Mohamed, una giovane donna tunisina.

E, proprio come fossero capitoli, la regista ha scandito il film in 9 precise sequenze con la costante presenza della protagonista, interpretata dalla perfetta esordiente Mariam Al Ferjani.

Nel primo è una ventenne rotondetta e sorridente, zeppa di voglia di vivere, pudica e frivola come un’adolescente – da noi degli anni ’50 – che dalla campagna vive in città in un collegio per fanciulle, dove suo padre, sicuramente con non scarsa fatica, paga i suoi studi all’università.

Ma questo è un giorno di festa che proprio lei ha organizzato in un locale di un albergo sul mare con tutte le sue compagne. Ragazzi e musica ovviamente compresi.
A risolvere un piccolo incidente, uno strappetto nel suo casto vestito, ci pensa la sua miglior amica che tira fuori da una borsa un salvifico abituccio blu elettrico, sorta di sottoveste in simil-seta che lei, tra titubante e divertita, indossa un po’ con fatica. Meno punitivo, farà di certo il suo effetto anche su un bell’ombroso giovanotto imbucato alla festa, ma sarà anche elemento imbarazzante che le resta appiccicato addosso durante tutto il calvario che l’aspetta, e che soltanto all’alba riuscirà a coprire con un velo puzzolente.

Lasciamo la prima sequenza, con Mariam che ha rimorchiato il ragazzo con cui va a far due passi sulla spiaggia, ed entriamo nella seconda dove sconvolta sta scappando inseguita da lui.
Tre poliziotti hanno fermato i due giovani ai loro primi bacetti e hanno pensato di spassarsela bloccando lui e stuprando lei a turno in macchina. Youssef adesso cerca invano di calmarla e convincerla a farsi visitare per poi fare denuncia. E da qui inizia Inferno 2.

L’iniziazione per l’ex spensierata verginella alla realtà: fatta di eterna & innata violenza e malcelato disprezzo di buona parte degli uomini contro le donne, le inferiori; di corruzione politica; di ottusità burocratica.
Siamo post “primavera araba” e la sequenza di orrori che la ragazza dovrà subire nel suo paese “liberato” sembrerebbe incredibile se queste cose non le vedessimo anche qui. Se non avessimo negli occhi i fatti di Genova, il massacro di Cucchi, e altri ragazzi come lui, la storia delle straniere violentate a Firenze dai poliziotti, o i quotidiani femminicidi scanditi dalla tv.

Miriam (la vera omonima vittima) per sua fortuna se la cava, per disperata cocciutaggine, perché ritiene di non aver ormai più nulla da perdere, riesce a reagire alle minacce e alle violenze psicologiche usate in ogni modo contro di lei perché rinunci a denunciare.

Lei non solo denuncia, ma scrive pure un libro che ora è un film importante che dopo Cannes, Certain Régard 2017, esce anche in Italia grazie a Kichen Film. E che consiglio vivamente di vedere.

Mariam, l’attrice, ex studentessa di medicina, è anche lei tunisina però sbarcata a Milano (non con gommone, ma grazie a un padre diplomatico), dove ha lavorato e studiato cinema al Visconti, e dove, per sua fortuna, non ha subito l’iniziazione horror della ragazza che ha interpretato, ma non le sono mancate altre chicche nostrane. Nonostante il lavoro, contratto come interprete, nonostante il diploma, la nostra burocrazia ha tentato di rispedirla in dieci giorni al suo paese negandole il permesso di soggiorno. Si è ribellata anche lei. Ha vinto il primo ricorso e ora attende con speranza il secondo a settembre

Marina Pertile

giornalista

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