Senza tetto né lavoro. Dalla Francia la commedia-caso sulle donne “invisibili”

In sala dal 18 aprile (per Teodora) “Le invisibili”, sorprendente fim che Louis-Julien Petit ha tratto dal libro-reportage sulle donne francesi senza fissa dimora della giornalista Claire Lajeunie. Sulle corde dell’ironia le storie di emarginazione vissute dalle utenti di un centro diurno impegnate in una “missione impossibile”. Con interpreti che vengono davvero dalla strada, il film ha aperto i Rendez-Vous, del cinema francese ed è stato proiettato anche alla mensa della comunità di S.Egidio di Roma. Da non perdere …

“La mensa della comunità di S. Egidio è il centro di una rete di sostegno e umanizzazione nella città di Roma, punto di ascolto privilegiato dei bisogni e dei mutamenti della povertà estrema”. Dunque, quale luogo più adatto per lanciare in Italia il film Le invisibili, dedicato alle donne senza fissa dimora?

All’evento, riservato ai giornalisti e a persone particolarmente sensibili al tema, ha presenziato il regista del film, Louis-Julien Petit, il quale ha raccontato i perché e i per come della vicenda narrata a un pubblico già ben disposto. Il quale ha poi accompagnato la proiezione con molte risate, dato che saggiamente il regista ha trattato un tema così drammatico con tocco leggero, e commenti del tipo: “personaggi così li incontriamo ogni giorno”, “ma questo avviene anche da noi”. E certo il pensiero non può non andare a episodi come lo sgombero del centro di Castelnuovo di Porto e ad altre vicende di ordinaria emarginazione e di intervento scriteriato delle forze dell’ordine.

Protagoniste del film, e anche del libro a cui si ispira – Sur la route des invisibles (Michalon edition, 2015), di Claire Lajeunie, anche autrice del documentario, Femmes Invisibles-Survivre à la rue, per France5 – sono le donne senza fissa dimora e altre donne che se ne prendono cura.

Il luogo d’azione è un centro diurno che, tra mille ostacoli burocratici, ambientali, psicologici e culturali, cerca di togliere le donne dalla strada e di offrire loro dignità e una prospettiva di vita. Tutte, a loro modo, sono invisibili, sia le utenti del centro, sia le assistenti e volontarie che dedicano parte della loro vita a una missione bella e impossibile, priva com’è di riconoscimento sociale e, in alcuni casi come vedremo, anche di uno sbocco felice.

Quando l’amministrazione cittadina, adducendo ragioni economiche, decide di chiudere il centro e di trasferire le ospiti in un luogo periferico, di fatto un dormitorio lontano da sguardi indiscreti e privo di finalità riabilitative, le protagoniste si lanciano in una “missione impossibile”: dedicare gli ultimi mesi a trovare un lavoro al variopinto gruppo di donne.

Da qui prendono spunto episodi divertenti, o drammatici a seconda dei casi, che si concludono positivamente oppure sfiorano la tragedia. Alcune donne troveranno infine un lavoro qualunque. Per altre, invece, si aprirà la strada del dormitorio-ghetto, con il ritorno all’abbandono e alla solitudine.

Il giorno in cui lo sgombero diventa operativo, però, tutte affrontano la nuova vita a testa alta, consapevoli di avere fatto una cosa importante cercando di cambiare la propria vita. La loro uscita dal centro tra due ali di poliziotti che non sanno da che parte guardare, non è solo la scena clou di un film che rispecchia la durezza dei nostri giorni. Segna anche il passaggio da un presente precario ma solidale a un futuro incerto e privo di rete, in cui a prevalere è il cinismo di una società che ha smarrito la sua parte più umana e ha affidato il ripristino della “normalità” ai tutori dell’ordine.

Con l’eccezione di Sarah Suco e Marie-Christine Orry, tutto il cast del film è composto da attrici non professioniste, selezionate nei luoghi “veri” in cui vivono le senza fissa dimora e chi se ne prende cura. A ciascuna delle donne di strada è stato chiesto di adottare il nome di un personaggio famoso (la scelta è andata da Lady Diana a Brigitte Bardot, da Edith Piaf a Catherine Deneuve). Restando anonime anche per il regista e il resto della troupe, le protagoniste sono così riuscite a esprimersi con totale naturalezza, dimenticando la presenza della cinepresa sul set.

Il film è stato campione d’incassi in Francia, dove le donne rappresentano il 40 per cento dei senza fissa dimora. Chissà come andrà da noi dove la coraggiosa Teodora lo porterà in sala dal 18 aprile, sfidando la tendenza dei nostri distributori a prediligere i film di cassetta. Eppure avrebbe tutti i numeri per attirare il pubblico, anche per la scelta di affrontare con leggerezza e ironia un tema difficile. Questa cifra stilistica, purtroppo, è poco congeniale al cinema italiano. Eppure si potrebbe fare, come testimonia il film di Giulio Manfredonia con Claudio Bisio di parecchi anni fa: Si può fare, appunto.