Storie d’identità sul campo da hockey. L’esordio Zen di Margherita Ferri

In sala dall’8 novembre (per Istituto Luce Cinecittà) “Zen sul ghiaccio sottile”, buon esordio di Margherita Ferri, già mezione speciale al Solinas per la sceneggiatura. Un coming of age che parla di identità, di discriminazione e bullismo nell’Italia profonda, attraverso la storia d’amore di due ragazze adolescenti. Con la passione per l’hockey sullo sfondo. Presentato a Venezia per Biennale College …

Sedici anni. Quanto può essere straziante sentirsi diversi? Quanto possono esser crudeli gli adolescenti nei confronti di chi sentono minacciosamente non conformi a una presunta loro normalità (forse proprio perché, in quella diversità, temono di rispecchiarsi)?

E quanto può una passione – per lo sport, per la letteratura, il cinema, l’arte o per qualsiasi altra forma di bellezza – sciogliere il gelo di questo dolore e aiutare chi attraversa il ponte instabile dell’adolescenza?

Questo ed altro racconta con durezza e grazia Zen sul ghiaccio sottile, già menzione speciale per la sceneggiatura al Premio Solinas, e ora film con cui fa il suo buon esordio nel lungometraggio Margherita Ferri che la Biennale College Cinema presenta alla settantacinquesima Mostra di Venezia.

Prodotto da Articoltura, scritto e diretto dalla giovane regista formata all’UCLA di Los Angeles e al Centro Sperimentale, e interpretato con formidabile, brusca e tenera aderenza da Eleonora Conti alla sua prima interpretazione, è la storia (con temi probabilmente autobiografici) di Maia una ragazzina che quando si guarda allo specchio vede Zen, un ragazzo.

Orfana di un amato papà che ha trovato troppo presto la morte su una pista di sci, sport di cui era un campione, vive con la sua mamma (Fabrizia Sacchi) in una piccola città dell’appennino emiliano e sfreccia con formidabile maestria sul ghiaccio della pista da hockey di Fanano, della cui squadra fa parte: unica femmina tra tutti maschi.

E per di più è indubbiamente l’atleta migliore. Dunque invidiabile e diversa. Una miscela esplosiva a cui si aggiunge la durezza difensiva di Maia-Zen nei confronti dei coetanei che non perdono occasione di torturarla e chiamarla lurida lesbica anche se Zen quella soglia, quella del sesso, contrariamente a buona parte di loro, non l’ha ancora affrontata.

Offrirà invece questa prima occasione, dando le chiavi di un rifugio della sua mamma in alta montagna, a Vanessa, una compagna di scuola (Susanna Acchiardi, debuttante anche lei e altrettanto brava) che al contrario ha molta curiosità e voglia di fare con un ragazzo quel che si fa dentro un letto quando ti piace.

Un’occasione in verità estorta a Maia con violenza, ma che, per conseguenza, innescherà tra le ragazze la possibilità di un incontro – confronto.

Tra panorami di una bellissima natura montana, un primo passo, una possibile apertura per questa ombrosa creatura che si sente in trappola. “Come se io e gli altri non ci incontrassimo mai”, confessa finalmente Zen scuotendo il suo alto ciuffo decolorato che sembra il frutto di un innesto tra la testa di Trump e quella di Kim Jong-un.

Taglio eretto e a volte colore che ormai un mondo globalizzato di parrucchieri impietosi ha destinato o imposto proprio a tutti: bambini, adulti e semivecchi.
Per la serie, anche questa, meglio non essere diversi

Marina Pertile

giornalista

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