Sul confine del silenzio. Antonio Moresco illumina il cinema radicale

A pochi giorni dalla sua prima nazionale (il 31 ottobre a Bologna) segnaliamo un piccolo gioiello che ci auguriamo trovi una distribuzione. È “La lucina” dei due appartati e indipendenti filmaker, Fabio Badolato e Jonny Costantino che hanno portato sul grande schermo l’omonimo romanzo di Antonio Moresco – nei panni del protagonista -, uno più rigorosi scrittori contemporanei. Una “lucina” che apre uno spiraglio tra la vita e la morte in un film «radicale e intimo come una messa» …

Dai pensieri alle parole, dalle parole alle visioni, dal libro al cinema: e La lucina, un romanzo di Antonio Moresco (Mondadori 2013) illumina per davvero lo schermo con un film «radicale e intimo come una messa», pieno di silenzi, di pochi rumori e di parole «increate».

Antonio Moresco (Mantova 1947) – uno più rigorosi scrittori contemporanei (Clandestinità 1993; Gli esordi, 1997; Canti del Caos, 2009; Gli incendiati, 2010; Gli increati, 2015; L’Addio, 2016) – ha cosceneggiato il film e anche recitato nel ruolo del protagonista. A dirigerlo, due appartati e indipendenti filmakers, Fabio Badolato e Jonny Costantino per la BaCo Productions, la loro factory (www.bacoproductions.org) con la quale hanno realizzato altre interessanti opere (alcune delle quali, sempre ispirate a libri e testi di Moresco).

Un uomo vive in completa solitudine in una casa in mezzo ai boschi. Lo vediamo all’inizio, mentre gira attorno a un falò e vi getta dentro una vecchia carta d’identità, forse la sua. Vive una giornata «povera» i cui ritmi sono dettati dalla natura: lo sveglia la luce, indossa un misero giubbotto, beve solo acqua, taglia la legna per riscaldarsi e lo congeda la notte. Ma nella notte del suo eremo, da lontano arriva a turbarlo una fioca fiammella, una lucina.

Cosa sarà? Da dove verrà? Inizia così una ricerca, una camminata (e lo scrittore è uso a lunghi cammini, da un paese all’altro, da una nazione all’altra) che lo porterà, seguendo quella lucina, fino a un altro casolare abbandonato e in rovina, dove vive, solo, un bambino dal curioso nome, Stucco. La cui misera esistenza è scandita, anche per lui, da piccole cure domestiche: lavarsi le lenzuola, cucinare, rassettare quel poco che c’è da rassettare.

Ha tempo, però, anche per recarsi in paese alla scuola serale – anche se gli abitanti negano che esistano corsi serali -. Tra i due s’instaura un dialogo minimo dal quale sappiamo che il bambino è in realtà morto suicida, così come morti sono gli altri bambini che il protagonista, una sera, spia all’uscita dalla scuola. L’adulto e il bambino, dopo la diffidenza iniziale, si legano in una relazione che – spiega Moresco – è come uno specchio doppio che da una parte riflette «il bambino morto che c’è in noi» e, dall’altra, la morte «che dobbiamo attraversare per salvare chi amiamo»: quasi un mistero che si compirà nel finale che non riveliamo.

Del resto il tema del rapporto tra morti e non morti è al centro, perlomeno, dell’ultima produzione letteraria dello scrittore mantovano. Come ne L’addio (Giunti) e nel bellissimo Fiaba Bianca (Rizzoli Lizard), quasi un graphic novel con le magnifiche illustrazioni di Nina Bunjevac, che ha per protagonisti un nonno (anche lui di nome Stucco e anche lui morto) e che soltanto la sua nipotina può vedere e incontrare.

Ieratico, dal profilo affilato, col suo cappuccio – quasi un monaco – Antonio Moresco attraversa gli scabri paesaggi di calanchi della Basilicata (soprattutto il paese di Sant’Arcangelo), popolati di animali vivi e morti che ne segnano – assieme agli scorci, alle luci del mattino, ai tramonti, alle notti – la fragranza vitale e autonoma, perfino indifferente alle umane cose.

All’attore-scrittore fa da spalla il viso intenso di Giovanni Battista Ricciardi, il bambino; e i pochi figuranti che popolano un paesaggio di desolante e magnifica solitudine. Commentando il romanzo e il film, Antonio Moresco – in un’intervista di Kate Lerigoleur per il suo blog su Le Monde – afferma che l’incontro tra i due protagonisti «è un incontro di assoluti».

E un po’ si rammarica che il film non abbia trovato un finanziamento italiano e sia stato invece accolto e sostenuto dalla francese 3B Productions di Jean Bréhat (L’età inquieta, L’insulto). Dopo l’anteprima mondiale dello scorso 31 ottobre al Cinema Lumière di Bologna, si spera che, in Italia, qualche distributore si curi di non far spegnere nell’indifferenza questa Lucina.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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