Togliatti l’amava, la sinistra no. Come Visconti ha trasformato “Il gattopardo”

Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata ai classici della letteratura diventati dei classici del cinema. È la volta di “Il gattopardo”, capolavoro di Visconti e Palma d’oro a Cannes ’63, tratto dall’omonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa. Un libro poco amato a sinistra. Anzi Sciascia, Alicata, Moravia lo etichettarono di destra. Ma poi il “Conte rosso” decise di portarlo sullo schermo…

Esistono casi in cui dalla pubblicazione del libro alla realizzazione del film passano solo pochi anni. Libri che rapiscono immediatamente la mente di sceneggiatori e registi. Stanley Kubrick impiegò sette anni per portare sul grande schermo la Lolita di Vladimir Nabokov, Jean-Jacques Annaud riuscì a realizzare Il nome della rosa di Umberto Eco a sei anni dall’uscita del romanzo. Mentre per Luchino Visconti ci vollero solo cinque anni per portare nelle sale Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957).

Pubblicato postumo nel 1958, Il Gattopardo è un romanzo storico, ambientato in Sicilia al momento del passaggio dal regime borbonico ai rivolgimenti politico-sociali dell’unificazione italiana ed è incentrato sulla figura del principe Fabrizio di Salina (ispirato al principe Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dell’autore) e alle sue reazioni di fronte all’incalzare dei tempi, alla rovina dell’aristocrazia e al sorgere della classe borghese.

L’uscita del romanzo suscitò subito perplessità e polemiche a sinistra. Sciascia, Alicata, Moravia e altri lo etichettarono come un libro di “destra”, si sviluppò un non banale dibattito sul Risorgimento come “rivoluzione senza rivoluzione”, a partire dalla definizione utilizzata da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere. Ma l’imprevista vittoria del premio Strega unito all’interesse dell’Unione Sovietica, che aveva deciso di tradurlo in russo, spinse il Pci a cambiare strategia, appoggiando con discrezione la candidatura di Luchino Visconti per l’adattamento del libro, di cui la Titanus si era assicurata i diritti cinematografici.

Visconti, appena letto il romanzo, vide una singolare ambivalenza nei riguardi del passato e colse nella nostalgia cinica e amara dell’autore, una paradossale potenzialità progressista, ossia una critica al trasformismo politico della classe dirigente. Il regista scoprì di essere in perfetta sintonia con Tomasi di Lampedusa e nella trasposizione cinematografica accentuò la polemica sul riassorbimento delle idealità risorgimentali, tentando una sintesi fra il realismo storico e le sfumature proustiane presenti nel romanzo. Non casualmente lo stesso regista, a proposito del film, indicò come propria aspirazione il raggiungimento di una sintesi tra il Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga e la Recherche di Marcel Proust.

La notizia dello sbarco garibaldino in Sicilia, interrompe la recita del rosario in casa del principe don Fabrizio di Salina (Burt Lancaster, doppiato da Corrado Gaipa). Suo nipote Tancredi (Alain Delon, doppiato da Carlo Sabatini), non per convinzione ma per controllare il corso degli eventi, si arruola volontario. Anche il principe sposa il partito dell’opportunismo e, durante la votazione per il plebiscito nel suo feudo di Donnafugata, vota a favore dell’annessione allo Stato sabaudo.

Parallelamente favorisce il fidanzamento del nipote, nobile ma spiantato, con la bella Angelica Sedàra (Claudia Cardinale, doppiata da Solvejg D’Assunta), figlia di un ricco parvenu, il rozzo don Calogero Sedàra (Paolo Stoppa). Mentre Tancredi si fa strada nel nuovo ordine sociale, il principe rifiuta il seggio di senatore offertogli da un funzionario piemontese, perché non crede alla possibilità di cambiamento della Sicilia.

Durante un ballo, in cui a Palermo l’aristocrazia festeggia la scongiurata rivoluzione, il principe si rende conto del proprio isolamento e dell’inevitabile declino del proprio mondo, e mentre Tancredi e don Calogero festeggiano alla notizia della fucilazione degli ultimi garibaldini ribelli, don Fabrizio di Salina si rassegna melanconicamente alla morte.

Il Gattopardo, forse il film più conosciuto di Luchino Visconti (sceneggiato insieme a Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa), ottenne un grande successo di pubblico e si aggiudicò la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1963. Perfetta la ricostruzione storica con le scenografie di Mario Garbuglia e i costumi di Piero Tosi, perfette le scene di massa e magnifica la fotografia curata da Giuseppe Rotunno.

Indimenticabile la lunga sequenza del ballo finale, da antologia del cinema, quasi un film nel film arricchito da una partitura inedita di un valzer di Giuseppe Verdi realizzata da Nino Rota, in cui Visconti fece coincidere il più alto momento spettacolare con le più sottili notazioni psicologiche ponendo a contrasto la coreografica esibizione degli aristocratici e la solitaria intuizione di morte del protagonista.

Da segnalare la grande prova degli attori e delle attrici. Per il ruolo del protagonista il regista pensò prima a Laurence Olivier, poi al Nikolaj Cerkasov, ma la scelta cadde su Burt Lancaster per il quale il lavoro a fianco di Visconti portò ad “una profonda trasformazione interiore, anche sul piano personale”.

Il nipote Tancredi venne interpretato da Alain Delon che aveva già recitato, sempre per il regista italiano, in Rocco e i suoi fratelli (1960). Claudia Cardinale, all’apice della carriera, prestò il volto ad Angelica Sedàra, il cui padre, don Calogero, fu invece Paolo Stoppa. Nella pellicola, che vide tra gli altri la partecipazione di Pierre Clémenti, Rina Morelli e Romolo Valli, esordì sul grande schermo, nel ruolo di una delle figlie del principe di Salina, l’attrice Ottavia Piccolo.

Per realizzare il film ci vollero quindici mesi di lavoro con un investimento ben superiore alle possibilità della Titanus. Ma grazie alla presenza di Lancaster il regista riuscì ad ottenere un accordo con la 20th Century Fox. La copia oggi in circolazione, recentemente restaurata, dura 185 minuti ed è quella che vinse a Cannes. Mentre prima del festival, il 27 marzo 1963, venne proiettata al Cinema Barberini di Roma una versione da 197 minuti che, secondo le ricerche di Alberto Anile, Maria Gabriella Giannice pubblicate nel volume Operazione Gattopardo (Feltrinelli), conteneva almeno cinque scene in più che mostravano: gli incubi del principe Fabrizio nella locanda di Bisaquino, un confronto tra Sedàra e i contadini, un dialogo tra Conte Cavriaghi (Mario Girotti, futuro Terence Hill) e Angelica nelle soffitte, un colloquio tra Sedàra e Tancredi nel salotto e un ulteriore scambio di battute tra il principe e il colonnello Pallavicino (Ivo Garrani). Frammenti che oggi risultano persi.

Il Gattopardo tuttavia non sfondò negli Stati Uniti e anche in Italia, nonostante il successo di pubblico e “l’apprezzamento incondizionato” di Togliatti, trovò resistenze soprattutto nella critica di sinistra, in parte delusa dal risultato. Ma quel film centrò uno dei suoi obiettivi, cambiando sottilmente e indelebilmente la percezione del romanzo a partire dalla celeberrima e sempre attuale “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

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Marco Ravera

Ama il cinema, la politica, i libri, il tennis e Dylan Dog

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