Tre manifesti contro l’oblio dell’America. E le parole tornano a muovere le montagne

In sala dall’11 gennaio (per 20th Century Fox) Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il capolavoro di Martin McDonagh, fresco di Golden Globe ed altri premi. Tre piccole frasi su tre tabelloni, lunghe quanto tre sms, inchiodano la piccola comunità della provincia americana che vuole restare nel suo oblio. Un vero elogio della parola e della sua forza, nell’era in cui i social ne hanno svuotato il significato… Se le parole sono quelle giuste, ci dice il regista britannico, possono muovere anche le montagne…

 

Carico di aspettative, premi e dell’entusiasmo già suscitato arriva finalmente in sala Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), il film ormai evento scritto e diretto da Martin McDonagh, con una (davvero) straordinaria Frances McDormand e con Woody Harrelson, Sam Rockwell, John Hawkes, Peter Dinklage.

Mildred Hayes (Frances McDormand) ingaggia una sua lotta personale, senza quartiere, per ottenere giustizia. Ce l’ha contro la assoluta cecità della piccola città dove vive, Ebbing, Missouri, che, facciata di circostanza a parte – tutti dicono di essere solidali con lei-, nei fatti ignora il suo inesauribile dolore: una figlia stuprata ed uccisa, ed ora un assassino che nessuno sembra intenzionato a braccare.

Mildred: “Mia figlia Angela è stata ammazzata sette mesi fa. La polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero”. Mildred è risoluta, agguerrita. La rabbia le monta dentro ogni giorno di più. Ma non immaginatevela come un guerriero, Mildred è un personaggio molto più complesso e multicorde.

Woody Harrelson (bravo anche lui. Ve lo ricordate in Natural Born Killers di Oliver Stone?) è lo sceriffo Bill Willoughby su cui si accentra il risentimento di Mildred, per la sua meschina indolenza: è uno sceriffo anche ironico, un “duro” per mestiere, ma anche un paciere per vocazione, un vero patriarca di Ebbing.

Sam Rockwell (fresco di Golden Globe come migliore attore non protagonista proprio per questo film) è l’agente Jason Dixon, suo aiutante ed alter ego: irrisolto, bambino, stupendamente perduto nei meandri del suo farneticare.

Il tranquillo quieto vivere di Ebbing, città immaginaria dell’America rurale, che al pari di città reali e “qualunque” dello stesso tipo di solito digerisce ogni cosa nel suo ventre pantagruelico ed ordinario, viene letteralmente frantumato da una mossa geniale e semplice di Mildred: affittare tre grossi e dimenticati cartelloni pubblicitari nella zona dove è stata uccisa la sua ragazza. Vi fa apporre delle grandi scritte, degli interrogativi, sul perché nessuno sia stato ancora indagato sulla morte della giovane.

Imprevedibilmente Ebbing frana sotto quegli interrogativi. La città “perde la faccia”. Sceriffo, parroco e dentista – le figure di spicco della comunità – in testa. La colpevole del pandemonio che è accaduto, che ha rotto ogni equilibrio, per tutti è ora solo di Mildred. Ma Mildred non cerca l’approvazione di nessuno, non si sente parte di quella comunità altro che in modo minimo, e del resto nessuna approvazione potrebbe trascinarla fuori dal suo indicibile dolore.

Martin McDonagh, autore che ha il teatro cucito addosso (già commediografo di lungo corso, vincitore del prestigioso “Laurence Olivier Award”), “muove” la storia con rara perizia. Sua la sceneggiatura, oltreché la regia di questo terzo film del curriculum personale.

Tra dialoghi godibili e contrasti, humor nero e rarefazioni (la stessa Mildred tra la rabbia nasconde battute taglienti, addirittura umoristiche che nessuna devastazione interna ha soppresso), con echi che vanno, per più versi inevitabilmente, da Sam Shepard ai fratelli Coen, in uno dei palcoscenici più conosciuti e pieni di trabocchetti al mondo, la provincia americana, piena di cose inespresse e pronte a detonare, allestisce uno spettacolo fatto di archetipi aggiornati, di personaggi consistenti, di un ragionamento non manicheo sulla sorte della sua protagonista. Ed anche su quella dei suoi “avversari”.

Martin McDonagh fornisce tutti di un’anima. Anche i “cattivi”. Chi vorrà una nuova vita, un riscatto, la troverà. Anche Ebbing forse potrà essere salva; o magari soltanto credere di essere un poco più a posto con la coscienza.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è, strano a dirsi, con personaggi che sono, tutti, davvero poco inclini alla retorica, oltre ad essere un film molto “scritto” in cui si sente il lavoro di scrittura, un vero elogio della parola e della sua forza.

Nei fatti, le tre piccole frasi di Mildred sui tre tabelloni (lunghe quanto tre sms) inchiodano la comunità alle sue responsabilità su quella morte, la costringono a cercare, nell’odio e nell’isolamento nei confronti di Mildred, una via di fuga. Un modo per tornare al sonno di sempre, all’oblio cui Ebbing è destinata. Segno che le parole, in un momento in cui, tra social e media, abbondano e confondono, se sono quelle giuste possono muovere anche le montagne. Anche se poste in mezzo al nulla, alla periferia dell’irreale città di Ebbing.

“L’odio genera soltanto altro odio”, dice la più improbabile ed approssimativa dei personaggi del film, ossia la ragazza svampita ma diretta dell’ex marito. Eppure la vendetta è invece la necessità davanti alla quale Mildred sembra capitolare: vuole vendicarsi per dare un senso alla sua vita ora vuota più che mai.

Ma l’ironia e la solitudine del Missouri aiutano a pensare. L’odio non ha un senso, davvero. L’odio non aiuta a ricominciare. Se ne renderà conto davanti alla possibilità concreta di sfogare la sua rabbia per intero. Bisognerà invece ricominciare una vita; farlo con chi vuole continuare a vivere, nonostante tutto, ad Ebbing, Missouri o altrove. Forse tornare al suo negozio di souvenir. E deporre (almeno per un poco) le armi.

Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

UA-61906727-1