Un miracolo d’animazione incanta Cannes. È il sogno a due di Mattotti e Buzzati

Passato nella sezione Un certain regard, il film di animazione di Lorenzo Mattotti, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” ispirato all’omonimo racconto per l’infanzia di Dino Buzzati. Il grande disegnatore che ci ha abituato alle versioni disegnate di celebri testi letterari (da “Jekyll e Hide” a “Pinocchio”), alle contaminazioni letterarie, scritte e disegnate (“L’uomo alla finestra”, “Ghirlanda”) e al cinema (“Eros”, “Peur(s) du Noir”) qui tocca sicuramente una delle sue vette, mettendo insieme un film che scorre a meraviglia, meravigliandoci con i suoi panorami di tavolozze, con le pastose forme di montagne, colline e abissi …

Lorenzo Mattotti è un dio assiso sopra una risma di carta alta come una montagna. Da lassù capta pensieri e parole e le trasforma in segni, in fluidi di spirito e di colore che volano e si spargono in mezzo mondo: dentro libri, su manifesti e locandine, su copertine di riviste illustri – da Vogue al New Yorker -, su quadri affissi alle pareti di mille mostre, sui fotogrammi insistenti e ripetuti di un cartoon.

Qui, a Cannes, strabilia con la fiaba de La famosa invasione degli orsi in Sicilia, lungometraggio animato di 86 minuti – evviva la virtù di una concisione che contiene infinite suggestioni – (producono Indigo Film con Rai Cinema, Prima Linea Productions, Pathé, France 3 Cinema e distribuisce Bim). Mattotti guida e dirige (co-sceneggiano Thomas Bidegain e Jean-Luc Fromental) ma, soprattutto, è ispirato da un altro dio di parole e di figure come Dino Buzzati, dal suo omonimo racconto disegnato (altro che graphic novel!), apparso per la prima volta sul Corriere dei Piccoli nel 1942, in due successive tranches e rimasto incompleto perché il giornalino si fermò tra i fragori della guerra e gli inquieti silenzi dell’immediato post 1945.

Alla fine di quell’anno diventò un libro da Rizzoli, rivisto e rimaneggiato dall’autore con variazioni e aggiustamenti che ben racconta Francesca Lazzarato in una mirabile postfazione all’ultima edizione Mondadori del 2017. Nella quale spiega come La famosa invasione degli Orsi in Sicilia sia «uno dei più bei libri per l’infanzia che siano mai stati scritti nel nostro Paese, e certo il più bello di tutto il Novecento italiano».

In una Sicilia che fu, «nel tempo dei tempi/quando le bestie eran buone e gli uomini empi» – il libro di Buzzati è un riuscitissimo mix di versetti in rima, come lo erano le strofette sotto le figure delle storie illustrate a fumetti del Corriere dei Piccoli e di testo in prosa – su alte montagne coperte di neve vivono gli Orsi.

Li guida e comanda Re Leonzio che un giorno, però, si distrae e perde il figlioletto, Tonio, rapito da due cacciatori che lo deportano a valle. Complice un inverno rigido che riduce gli Orsi alla fame, si decide a guidare il suo popolo in una spedizione verso il piano, in cerca di cibo e del piccolo Tonio. Nel regno giù in basso comanda il Granduca «crudelissimo tiran» che, aiutato dal mago e astrologo De Ambrosiis, scatenerà l’esercito contro Leonzio, Salnitro, Babbone, Teofilo, Smeriglio, Frangipane, Gelsomino e i tanti altri plantigradi del Regno di Leonzio.

Con un mago di mezzo ne succedono di tutti i colori ed entrano in scena prodigi e meraviglie: dai Cinghiali di Molfetta, trasformati in gonfi otri volanti al ferocissimo Gatto Mammone, dal Serpente di Mare ai Fantasmi. Repentini cambi di fronte e tradimenti incrociati condiscono la guerra tra gli Orsi e gli Uomini ma, alla fine, saranno le bestie a vincere.

Leonzio ritroverà Tonio, finito come attrazione nel Teatro Excelsior, la pace regnerà sovrana e… vissero tutti felici e contenti? Troppo scontato. Ammalatisi dei vizi umani, gli Orsi, impigriti, vestiti ridicolmente come uomini vanitosi dovranno penare non poco e passare attraverso tristi vicende prima di capire che se vogliono riconquistare la loro libertà dovranno ritrovare la loro vera natura che guarda caso è proprio la Natura dove sono nati e hanno vissuto: tra quelle alte, nevose e fredde montagne.

La versione animata aggiunge un prologo che vede il cantastorie Gedeone che, assieme alla piccola Almerina, entra nella grotta dove vive il Vecchio Orso e inizia a raccontare l’epica invasione degli Orsi. E sarà proprio Gedeone a narrare la seconda parte della vicenda. Una piccola e azzeccata trovata che il doppiaggio italiano esalta con la parlata in accento siciliano del bravo Antonio Albanese (Gedeone) e di un fantastico Andrea Camilleri (Vecchio Orso).

Lorenzo Mattotti (Brescia, 1954) ci ha abituato alle sue versioni disegnate di celebri testi letterari come in Jekyll e Hide (Einaudi 2002, con Jerry Kramsky); in Le avventure di Huckleberry Finn (riedizione 2012, Orecchio acerbo – Coconino Press, con Antonio Tettamanti); in The Raven/Il corvo (Einaudi, 2012, una riscrittura di Lou Reed del classico di Edgar Allan Poe); nel Pinocchio di Collodi (2008, Einaudi – I Millenni) poi diventato nel 2012 il lungometraggio animato diretto da Enzo D’Alò.

Ci ha abituato alle contaminazioni letterarie, scritte e disegnate: L’uomo alla finestra (1992, Feltrinelli con Lilia Ambrosi); Stigmate (Einaudi, 1999 con Claudio Piersanti); Ghirlanda (2017, logosedizioni, con Jerry Kramsky). Ci ha abituato al mutare del suo segno: dalle prime e già mature prove all’interno del gruppo Valvoline agli scarni grafismi in bianco e nero de L’uomo alla finestra, dalle pastose e tenebrose pennellate del suo Hänsel e Gretel al diluvio di colori, pastelli, tempere e oli pazientemente stesi, ristesi, sfumati, fissati in lunghe sedute di lavoro nel suo atelier parigino. E pure al cinema ha lasciato il suo segno: Eros (2004, Michelangelo Antonioni, Wong-Kar-wai, Steven Soderberg), Peur(s) du Noir (2007, film d’animazione collettivo) e altre collaborazioni.

Con La famosa invasione degli Orsi in Sicilia, Mattotti tocca sicuramente una delle sue vette, mettendo insieme un film che scorre a meraviglia, meravigliandoci con i suoi panorami di tavolozze, con le pastose forme di montagne, colline, vette e abissi. E se Buzzati, nelle sue illustrazioni, toccava ironicamente le atmosfere surreali di un De Chirico, Mattotti c’immerge in una Natura di sogno, forse meno metafisica, trasformata in quei liquidi amniotici e colorati che fa sgorgare dai suoi pennelli.


Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti


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