Una “Primula Rossa” nell’inferno dei manicomi criminali. In un film (coraggioso)

In sala dal 30 maggio (per Fondazione di Comunità di Messina e da Ecosmedia), “Primula Rossa” di Franco Jannuzzi, docufilm che, a partire dalla storia vera dell’ex terrorista dei Nap (Nuclei Armati Proletari) condannato a trent’anni e poi internato in Ospedale Psichiatrico Giudiziario, denuncia le condizioni inumane e intollerabili in cui si viveva reclusi negli Opg, chiusi definitvamente nel 2015 e la serie di problematiche rimaste sospese dopo questa scelta di civiltà. Gli incassi del film andranno ai progetti di lotta alla povertà della Fondazione di Comunità di Messina e in particolare a sostenere i progetti di liberazione degli ex internati dell’Ospedale Psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto.

È davvero uno strano, inquietante, film questo Primula Rossa di Franco Jannuzzi, distribuito nelle sale italiane dalla Fondazione di Comunità di Messina e da Ecosmedia a partire dal 30 maggio.

Se ci dovessimo basare sulle note di accompagnamento, ci si aspetterebbe di vedere rappresentata la storia (vera) dell’ex terrorista Ezio Rossi, membro dei Nuclei Armati Proletari, la cui vita è trascorsa in gran parte tra il carcere (una condanna a trent’anni) e l’ospedale psichiatrico giudiziario (Opg).

In realtà ci troviamo di fronte a un docufilm su una serie di temi, che vanno dalla vita negli Opg prima della loro chiusura ai dubbi innescati dalla legge che nel 2015 li ha definitivamente aboliti, dal trattamento clinico delle persone ricoverate alle contraddizioni irrisolte degli anni di piombo.

Jannuzzi ha scelto la strada dell’alternanza tra immagini di repertorio, interviste e scene ricostruite in studio senza alcun ordine preciso se non quello scandito dalle diverse storie, e senza alcun formalismo, mostrando addirittura i “ciak si gira” quando l’azione è stata palesemente ricostruita.

La storia di Ezio Rossi (che appare nel film, ma è anche interpretato da Salvo Arena), alla fine, si rivela poco più di un pretesto per farci sprofondare negli inferi degli Opg, partendo dalle agghiaccianti immagini di repertorio girate in bianco e nero all’ospedale Lorenzo Mandalari di Messina, per finire a quelle più recenti dell’ospedale Vittorio Madia di Barcellona Pozzo di Gotto.

Al racconto della vita di Ezio Rossi, ricostruita in base a interviste e testi scritti, si aggiungono testimonianze, casi umani e giudiziari che si concludono felicemente o in modo tragico come sempre succede. Vi si intrecciano poi altre storie di internati come quella di Onofrio, che disegnava misteriosi punti sui muri in seguito identificati come veri e propri spartiti musicali.

La vicenda ricorda da vicino quella di Oreste Fernando Nannetti, che incise con la fibbia del panciotto 180 metri del muro di cinta all’ospedale psichiatrico di Volterra (la storia di Nannetti è custodita nel Museo della Mente di Roma, che proprio in questi giorni ospita una mostra su di lui allestita da Studio Azzurro).

Dunque, è un concentrato di vita, umanità, dolore ma anche speranza e poesia, quello che ha trovato alimento negli Opg. E tuttavia non si può non toccare, seppur di sfuggita – del resto lo fa anche il film –, la serie di problematiche rimaste sospese dopo questa scelta di civiltà, che ha aperto la strada alle Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) ma non ha certo risolto l’intreccio morboso tra disagio psichico e illegalità.

Il film aiuta a riflettere su questi aspetti, mostrando le condizioni inumane e intollerabili in cui si viveva reclusi negli Opg. Ora sarebbe compito della politica, della psichiatria e della giustizia affrontare i nodi che restano ancora da sciogliere in maniera più sostenibile da tutti i punti di vista. E soprattutto più umana.