Una Starr contro l’ingiustizia. Nell’America dove è caccia al nero

In sala dal 14 marzo (per 20th Century Fox), “Il coraggio della verità” di George Tillman Jr, ispirato alle pagine autobiografiche di Angie Thomas diventate un vero caso editoriale. L’ennesimo ragazzo nero ucciso da un poliziotto bianco. E la scelta della testimone – Starr – di spezzare la catena d’odio. Passato alla Festa del cinema di Roma …

Starr, con la sua voce fuori campo si racconta, come farebbe una qualunque sedicenne nel suo diario. La macchina da presa da fuori inquadra la finestra della sua casa, uguale ad infinite case della periferia americana, e si avvicina alla tavola, dove è riunita la sua famiglia affettuosa e dove il padre, con fermezza, sta istruendo i suoi figli (Starr, Steven e il piccolo Sekani) sul comportamento che per la loro salvezza devono adottare nel caso li fermasse la Polizia. Non sono banditi, sono semplicemente neri. Colore che, evidentemente, in Usa è ancora visto come un’arma.

Il film, col titolo italiano Il coraggio della verità (The Hate U Give) è tratto dall’omonimo best seller di una giovane donna, Angie Thomas (30 anni esatti), uscito nel 2016. Ma George Tillman Jr, il regista, l’ha letto addirittura prima che lo stampassero ed è stato immediato il desiderio di farne un film.

Ambientata in quest’epoca, in un quartiere popolare abitato in prevalenza da afroamericani, dove i ragazzi che non trovano altro spacciano droga per tirare avanti, è la storia di Starr (Amandla Stenberg, la giovane diva di Hunger Games) che una sera, tornando a casa da una festa con un suo amico d’infanzia è costretta ad assistere alla sua morte. Un poliziotto li ha fermati per un controllo e lui, uscito dalla macchina, non ha seguito le indicazioni precisissime che i padri dei ragazzi di colore, oltre ai diritti redatti dalle Pantere Nere, danno ai loro figli: ubbidite a ogni ordine, mettete chiaramente in mostra le mani sul cruscotto e così via. Ha fatto un’impercettibile mossa in più: ha preso in mano una spazzola e l’agente gli ha sparato pensando fosse una pistola.
Starr dunque è l’unica testimone.

Doppiamente sconvolta: l’uccisione brutale, oltre a portarle via un amato amico, mette anche a rischio l’equilibrio non facile della sua vita che – come quella di molti americani (e non solo) che hanno un forte desiderio di crescere e di uscire da un ghetto popolare, quasi sempre gestito dalla delinquenza – viaggia su un duplice binario.

Lei infatti frequenta, per volontà della sua mamma, una scuola di bianchi lontana dal suo quartiere e ogni giorno si sforza di reprimere tutti gli indizi che connotino la sua provenienza e le sue origini. Testimoniare pubblicamente le toglierebbe ogni difesa.
A cui si aggiunge anche il fatto che, oltre a metterle contro la Polizia, metterebbe anche a rischio la vita della sua famiglia perché verrebbe fuori una denuncia pure alla banda che nel suo quartiere gestisce la droga spacciata dal suo amico d’infanzia.

Starr che, come ci anticipa il nome voluto da suo padre (Russel Hornsby), è una creatura destinata a illuminare, sorretta dal profondo affetto di una famiglia molto unita, ce la farà a trovare il coraggio non solo di testimoniare, ma soprattutto di accettare senza vergogna le sue origini e la sua cultura. E urlare BASTA! a quel circolo vizioso, quella spirale di odio e violenza di cui i bambini sono spesso nutriti e che da grandi, quasi sempre, restituiscono con pesantissimi interessi.

Temi importanti supportati da ottimi interpreti.
Romanzo e film prendono spunto da uno degli ennesimi fatti di cronaca di cui la Polizia è responsabile in Usa e altrove, ma l’elemento sicuramente più sentito, in quanto autobiografico, sia dall’autrice del romanzo che dal regista, è quello che riguarda l’accettazione della propria identità da parte di chi per anni si è mosso tra due diversi codici e ha fatto molta fatica a capire che quel che conta, rinunciando ai compromessi, è essere se stessi.
Impresa per niente facile. E non solo per neri.