“Una vita”, il colpo al cuore di Venezia 73 ospite di Nanni Moretti

Il 31 maggio al Nuovo Sacher (ore 20.45) Nanni Moretti presenta Stéphane Brizé e il suo “Una vita – Une vie” dalle celebri pagine ottocentesche di Guy de Maupassant. Un film perfetto con una splendida Judith Chemia già passato a Venezia e dal primo giugno in sala (per Academy Two) …

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Una creatura deliziosa mette, chinata a terra, piantine d’insalata. Senza timore di sporcarsi con acqua e terra – e dunque con la Natura -, la giovane baronessina è intenta, insieme al suo papà, che la guida, alla cura dell’orto.
Si apre così Une vie, il film che Stéphane Brizé ha tratto dall’omonimo romanzo di Guy de Maupassant (leggi la recensione del libro) passato nel concorso veneziano.

Apertura perfetta che aderisce con inusuale sintonia al cuore del racconto. Adesione non facile perché la vita che il grande autore normanno ha destinato a Jeanne, fanciulla candida e gioiosa appena uscita dal convento, non sarà affatto rose e fiori. E il rischio, della sceneggiatura e poi regia, di scivolare in un melò era alto non poco.

Il bucolico incanto dell’infanzia per Jeanne finisce molto presto. Il matrimonio sognato e conseguito a 17 anni, con il da subito ex-gentile visconte Julien de Lamare, la mette presto di fronte al primo trauma: la Natura dell’uomo, le sue bassezze-debolezze e la sua inesauribile necessità di mentire. Per lei sarà,  di stagione in stagione, una escalation di dolore e delusione su tutti i fronti: il tradimento del marito, della sorella di latte, della migliore amica, della madre, ma anche del suo più grande amore, Paul, il figlio scialacquone che la riduce sul  lastrico costringendola a vendere Le Pioppe, il castello di famiglia e soprattutto la sua camera con vista. Sul mare.

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“Mentono tutti. Non me lo aspettavo” sussurra Jeanne, stremata dal dolore al reverendo integralista. Ma nonostante tutto, non smetterà mai di stupirsi per lo strazio inatteso che si rinnova  ogni volta. Perché non può in nessun modo abbandonare il suo sguardo sul mondo, la sua ingenua fede nell’uomo.

Rimane aggrappata alla sua infanzia. Questa è la sua perfezione. Ma anche la sua tragedia. Perché non riesce a varcare quella soglia e, pur senza cadere nel cinismo, ad inventarsi quella distanza necessaria ad anestetizzarti contro i dolori del mondo. Ed è su questo contrasto che lavora il regista in un continuo raffronto e contrapposizione temporale tra passato e presente, tra momenti di felicità e di dolore espressi con straordinaria intensità dai primi piani e soprattutto i profili di Judith Chemia, meravigliosa interprete di Jeanne “inscatolata” dal regista anche grazie alla scelta di un “passato” modo di filmare: un 33 quasi quadrato.

Una gabbia-cornice. “Scelta per pura intuizione – ci spiega il regista  che ha lavorato per tantissimo tempo a questo progetto – . Ho girato moltissimo, lasciando liberi i miei attori. Volevo assolutamente filmare il loro rapporto con le cose. Insomma anch’io guardavo l’insalata crescere. Io intuisco, annuso le tracce come un cane, poi ci ragiono. E volevo fortemente far capire allo spettatore quello che non faccio vedere. È la cosa più difficile, ma è anche ciò che fa scattare la sua emozione”.

E l’emozione che l’ha spinta a trarre un film da questa storia? “È che lo sguardo di Jeanne sul mondo era lo stesso che un tempo avevo io. E come lei anche io ho fede nella magia della natura”.

Ed è con un primo piano sul faccino di una bellissima neonata in braccio alla stremata Jeanne che si chiude Une vie.

È deliziosa anche la scelta di Jeanne-Pierre Daroussin (Il mio amico giardiniere) nel ruolo del papà barone.

 

Marina Pertile

giornalista

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