Il vecchio Clint deraglia sul treno degli eroi. E non solo per “colpa” di Trump

In sala dall’8 febbraio (per Warner Bros. Pictures), “Ore 15:17/Attacco al treno”, il nuovo film di Clint Eastwood dedicato ai tre ragazzi americani che sventarono l’attentato del marocchino Ayoub El-Khazzani sul treno per Parigi, raccontato nell’omonimo romanzo Rizzoli. Con i tre veri protagonisti in scena, il film semplicemente non c’è. E non solo perché il “buono” di Sergio Leone lavora di fatto per supportare le barriere di Trump contro gli arabi…

In 88 anni di vita (li compirà il 31 maggio) Clint Eastwood non ci ha mai dato, da regista, un brutto film. Purtroppo arriva sempre una prima volta. E viene da piangere, considerati il grande cinema e le buone vibrazioni che ci ha trasmesso, chissenefrega, se permettete, se vota da sempre repubblicano, se ha fatto le campagne contro Obama e pro Trump. Per altri, ovviamente, è un suo altissimo merito. Ma con i suoi lavori, con le sue scelte, Clint è stato sempre al di sopra e al di là della contingenza politica.

 Da Ore 15:17 | Attacco al treno, che esce – quasi – in contemporanea da noi e negli Usa (“quasi” nel senso che in America esce 24 ore dopo), per la prima volta ti estrai avvilito. Sarà che per la prima volta Eastwood si occupa di terrorismo, della minaccia Isis. In modo obliquo. La storia vera che ci racconta è quella del 21 agosto 2015, quando tre giovani americani in viaggio attraverso l’Europa, sul treno Thalys 9364 partito da Amsterdam e diretto a Parigi, sventarono disarmati l’attentato del marocchino Ayoub El-Khazzani, armato di khalashnikov, revolver, taglierino, e con 300 proiettili da mettere a segno.
 
La sua “zampata” emotiva consiste nel piazzare i tre eroi in carne e ossa nei panni di se stessi. Spencer Stone (sergente dell’Air Force), Alek Skarlatos (soldato della Guardia Nazionale dell’Oregon) e Anthony Sadler (studente alla Sacramento State University), protagonisti del film, sono i tre veri “eroi comuni” entrati nella grande storia per il loro coraggio e insigniti della Legion d’Onore, la massima onorificenza francese, dal presidente Hollande. Nel finale, i filmati autentici della cerimonia all’Elysée “giocano” con i controcampi di fiction.
Qual è il problema? Semplicemente che non c’è il film. Clint Eastwood,”Il Buono” di Sergio Leone, lavora di fatto per supportare le barriere di Trump contro gli arabi: esseri freddi, feroci, infidi. Gente da bloccare prudentemente alle frontiere. Ma è un dettaglio. Il punto vero è che concludendo la sua appassionata, patriottica “trilogia dell’eroe americano” iniziata con American Sniper e proseguita con Sully (entrambi potenti), il “Nostro” diventa tedioso. Non è cambiato, il messaggio. È sempre la celebrazione di chi, da uomo comune, sa fronteggiare eccezionalmente momenti di crisi.

Il prototipo di riferimento del film, il modello studiato sui banchi di scuola dai tre eroi, è Franklyn Delano Roosevelt. Come non concordare? Eastwood però ci tiene a spiegarci che da scolari, dieci anni prima del “fatto”, questi ragazzi oggi orgoglio di Sacramento, California, venivano etichettati come “problematici” e discriminati dagli insegnanti. Ora: se da madre, o da insegnante, vedessi un alunno delle Medie fissato con le armi, addobbato con divise mimetiche e assorbito dai “giochi di guerra” nei boschi, personalmente penserei subito con raccapriccio alla strage di Columbine. Nossignori, per Clint ti (ci) sfugge l’eroe in erba.

Lungo “prequel” scolastico al racconto, quindi, e a seguire interminabile excursus nelle baldorie vacanziere del terzetto che, ventenne, si ritrova a scattare “selfie” tra Roma, Venezia, Berlino e Amsterdam, prima di salire su quel treno fatale per Parigi. I dialoghi – che tediosi e banali è dir poco – sono basati sui ricordi, resocontati nel libro omonimo (edito in Italia da Rizzoli), che i protagonisti hanno trascritto insieme al giornalista Jeffrey E. Stern. Ho fatto voto di non leggerlo mai e poi mai.

Praticamente l'”azione” vera e propria nel film occupa l’ultimo quarto d’ora, e certo merita, visto che Spencer (che è il più “asino” dei tre) si scaglia a mani nude contro l’attentatore, che ha già sparato a un passeggero, e lo disarma, solidali gli amici e a prezzo di bei tagli in testa e dita spezzate. Prima, però, ha fatto capolino il fato. “Ti senti mai come se la vita ti catapultasse verso uno scopo più elevato?”, chiede Spencer ad Anthony. Che giustamente risponde, lì per lì, qualcosa come: “Ma che c.. ti sei fumato?”.

So per certo che la prossima tappa della filmografia di Clint Eastwood non saranno gli spot per il reclutamento nella U.S.Army. Nella sua nuova regia tornerà lui, anche interprete, con una storia più articolata. Qui però tremi per la deriva di un grande. E – soprattutto – ti annoi. Mortalmente.

L’articolo è anche su Huffington Post

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