Vite operaie a ritmo di valzer. Dall’ex DDR il film che fa innamorare

In sala dal 14 febbraio (per Satine Film), “Un valzer tra gli scaffali”, piccola gemma tedesca di Thomas Stuber da un racconto autobiografico di Clemens Meyer, già celebrato autore di “Eravamo dei grandissimi”, sorta di “Trainspotting” nella Germania dell’Est post riunificazione, portato al cinema da Andreas Dresen. Anche qui siamo nell’ex DDR, tra le vite quotidiane dei magazzinieri di un gelido ipermercato, le loro gioie e dolori nascosti, le solitudini, le solidarietà, le complicità. Un film operaio che, tra fuge oniriche e sottostorie alla Carver, ti cambia in punta di piedi lo sguardo. Assolutamente da non perdere …

Parte con Strauss, ma chiude su note blues, più consone all’universo operaio che illumina il film. Ma Sul Bel Danubio Blu – proprio come in 2001 Odissea nello spazio – si è intanto incaricato di condensare una dissonanza programmatica e suggestiva.

Per Kubrick il valzer era l’armonia incongrua dell’astronave, per Un valzer tra gli scaffali – piccola gemma tedesca di Thomas Stuber che esce il 14 febbraio – trasforma in insospettabile coreografia l’andirivieni dei muletti, i carrelli per la movimentazione delle merci di un gelido ipermercato della Germania dell’Est.

Ammesso che qualcuno festeggi ancora i cuoricini di S.Valentino, questo film è l’occasione migliore per celebrare i sentimenti – tutti i sentimenti – senza melassa. La storia viene dal bel racconto autobiografico di Clemens Meyer, In den Gängen (che è anche il titolo originale del film), e ha folgorato un regista trentasettenne (Stuber) non solo pluripremiato ma dotato di anomala sensibilità.

Vorrei evitare termini come “poesia” e “magia”, ampiamente usati dai recensori. Personalmente li trovo disincentivanti. La Giuria Ecumenica, premiandolo lo scorso anno a Berlino, ha scritto che “mostra in modo artisticamente convincente cosa si intende per: Beati i puri di cuore”.

Dico solo che Un valzer tra gli scaffali – tecnicamente un film operaio – scava nell’umanità segreta di lavoratori particolarmente oscuri come i magazzinieri della grande distribuzione, nel loro modo di condividere turni e corsie, fatto di gioie e dolori nascosti, solitudini, solidarietà, complicità. La quotidianità sembra banale solo se non la guardi da vicino.

Il filo rosso è l’apprendistato del taciturno Christian (Franz Rogowski, premio Lola come miglior attore del cinema tedesco, ha lavorato anche con Haneke e Malick), che porta i tatuaggi della passata galera. A istruirlo e “adottarlo” nel reparto Bevande c’è il burbero Bruno (Peter Kurth, grande volto di Babylon Berlin). Ma l’amore (impossibile?) è Marion del reparto Dolciumi (Sandra Huller, la figlia – premiata anche lei – di Toni Erdmann). Intorno c’è un microcosmo di sopravvissuti alle memorie della DDR, e al passaggio dalle cooperative alle regole del capitalismo puro e del consumismo occidentale.

Così la festicciola dei dipendenti, in azienda, si fa con le merci scadute, puntualmente ripescate dai cassonetti non per fame ma perché “è un peccato buttarle”. C’è un mare di notazioni sommesse e di “fughe” oniriche (come la spettrale e metaforica vasca dei pesci vivi) che ti si incollano agli occhi e al cervello, catturate nella routine del lavoro. E ogni sottostoria (tranne quella di Bruno) resta sospesa, carverianamente, come il futuro tra quegli scaffali.

È uno di quei film, Un valzer tra gli scaffali, che ti cambiano in punta di piedi lo sguardo. D’ora in poi il fruscio di un carrello elevatore, al supermercato, ti ricorderà sempre e per sempre il rumore del mare.

Fonte Uffinghton Post

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