Vite sospese in un caffè fuori dal mondo

In Albania tra passato e presente. In un deserto dimenticato, un tempo luogo di deportazione del regime, due cameriere lavorano in un baretto mentre la costruzione dell’autostrada promette aspettative future. Da vedere…

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C’è un piccolo film che si “aggira” per le sale. Una di quelle pellicole frutto di complicati puzzle produttivi che dicono dell’urgenza creativa degli autori, soprattutto a certe latitudini e nonostante le difficoltà.

Qui, infatti, siamo in Albania colta tra il passato e il futuro prossimo. La dittatura di Henver Hoxa dietro alle spalle e il miraggio di uno sviluppo economico legato al carro dell’Unione Europea, la stessa che sta schiacciando la Grecia nell’indifferenza collettiva.

Stiamo parlando di Bota café della coppia di autori albanesi, con molte esperienze all’estero, Iris Elezi e Thomas Logoreci, frutto di una coproduzione Italia, Albania e Kosovo (firmano la sceneggiatura oltre ai registi anche Stefania Casini), nelle sale per l’Istituto Luce e la Pmi di Andrea Sucotovitz che ne è pure produttore.

Bota in albanese vuol dire mondo e il Bota cafè è il mondo ai confini del mondo, un baretto isolato al centro di una zona desertica, sperduta e desolata in cui il passato regime ha deportato i suoi oppositori politici. In tanti ci sono morti e il governo post comunista ha avuto pure un gran daffare per rimettere insieme i corpi, identificarli e concedere i risarcimenti alle famiglie delle vittime.

In questo mondo a parte si muovono i tre personaggi centrali, Ben, Juli e Nora: il proprietario del bar, cinquantenne senza scrupoli e traffichino con moglie, la sua giovanissima amante, bellissima e sbandata e la cugina dell’uomo, anche lei giovane, bella, orfana  e “portatrice” a sua insaputa del tragico passato vissuto in quel luogo da sua madre, che si divide tra il lavoro di cameriera al bar e l’accudimento della vecchia nonna. Tutto è immobile, tutto è isolamento, anche le loro tre vite che si intersecano in una solitudine collettiva, in un quotidiano rutinario e senza via d’uscita.

A pochi chilometri dal caffè, intanto, il cantiere per la costruzione dell’autostrada (l’ingegnere è un italiano!) sembra offrire nuove destini, nuove possibilità non solo “commerciali”, come spera Ben.

Con sguardo attento alle atmosfere – aiutate sicuramente dal luogo – all’analisi dei personaggi, alla Storia appena accennata, quasi in una sorta di giallo, i due registi ci offrono un toccante e amaro ritratto dell’Albania contemporanea, le cui sorti future non sono distanti dai tanti paesi in entrata nelle “fortezza Europa”. Bravi gli interpreti, Flonja Kodheli (già vista in Vergine giurata), Fioralba Kryemadhi e Artur Gorishti. Insomma, da vedere.