Wilma Labate su Netflix a Venezia 75: “Senza, il caso Cucchi sarebbe rimasto in sordina”

Wilma Labate interviene sulla polemica dei film targati Netflix in concorso a Venezia 75. “Alberto Barbera ha fatto bene ad accogliere al festival i titoli Netflix. Altrimenti non avremmo visto bei film come quelli di Cuaron, i fratelli Coen e quello sul caso Cucchi, uno degli episodi più neri della nostra storia recente”. Poi la legge fracese, la difesa della sala ma senza nostalgie … “più in generale è importante che il cinema torni un punto di riferimento culturale e politico soprattutto per i giovani. Netflix o non Netflix. Che i film si facciano e soprattutto si vedano, ai festival, in sala o in streaming” …

“Alberto Barbera ha fatto bene ad accogliere al festival i titoli Netflix. Altrimenti non avremmo visto bei film come quelli di Cuaron, dei fratelli Coen e anche Sulla mia pelle. Il caso Cucchi è uno degli episodi più neri e drammatici della nostra storia recente ed è stato importantissimo che abbia avuto il risalto del festival di Venezia e, a seguire, l’enorme diffusione che può offrire una piattaforma come Netflix”.

Wilma Labate, presente alla Mostra col suo entusiasmante Arrivederci Saigon, incredibile storia di una band di 5 ragazze toscane finite per errore in Vietnam a suonare per le truppe americane (e dal 17 settembre in tornnée per le sale), interviene nel dibattito-polemica su Netflix, scoppiato all’indomani del Leone d’oro a Roma.

Parliamo, infatti, dell’accusa frontale a Barbera lanciata da autori (Anac) ed esercenti (delle sale d’essai e parrocchiali, Fice e Acec), forti della posizione anti Netflix presa dall’ultimo festival di Cannes. Per le tre associazioni è “iniquo che il marchio della Biennale sia veicolo di marketing della piattaforma Netflix che con risorse ingenti sta mettendo in difficoltà il sistema delle sale italiane ed europee”. Mentre in Francia – da sempre modello cinematografico per l’Anac –  c’è una legge a “difendere” le uscite in sala dei film.

“Qui non si tratta di demonizzare il colosso dello streaming”, prosegue la regista de La mia generazione che alla Mostra, con Arrivederci Saigon, ha portato un magnifico lavoro che riguarda anche il tanto rimosso anniversario del ‘68.

“La differenza rispetto alle polemiche sollevate a Cannes – spiega Wilma Labate – è che in Francia c’è una legge cinema che impone le finestre temporali per la messa in onda dei film, su pay e piattaforme a seguito dell’uscita in sala. Una legge che per alcuni è vecchia e superata, che per altri è troppo rigida ma che per me è ancora una buona legge. Intanto perché difende il cinema indipendente. E poi perché sostiene la sala che ritengo sia ancora il luogo migliore per vedere un film, ma senza l’atteggiamento liturgico di un tempo, per carità”.

Come David Cronenberg che proprio al Lido, dove ha ricevuto il Leone alla carriera, si è detto convinto “che tutte queste polemiche sulle trasformazioni che il cinema sta subendo sono solo effetto di una nostalgia”, anche Wilma Labate esorta a confrontarsi con gli inevitabili cambiamenti in corso.

“Il cinema si sta modificando con grande velocità – conferma la regista – soprattutto nella sua forma. E Venezia 75 ci ha mostrato quanto l’Asia sia avanti a noi nella ricerca, nel linguaggio e nell’uso dei generi. Penso al film di Tsukamoto, Killing, passato l’ultimo giorno del concorso. Un lavoro straordinario, un’opera d’arte. Ecco, dicono che i ragazzi non vanno al cinema, eppure a quella proiezione c’era un mucchio di giovani, di studenti, quelli dell’accredito verde. Trovare un pubblico di così tanti giovanissimi appassionati, di fronte ad opere difficili, è davvero qualcosa che ti scalda il cuore. E in questo la Mostra di quest’anno mi ha davvero sorpresa, un mare di gioventù che ha riempito le sale e che palpitava insieme ai film, vederlo è stato uno spettacolo bellissimo”.

Ma in Italia arriverà mai in sala il film di Tsukamoto? “Questo è l’altro punto della questione – prosegue ancora Wilma Labate – sulla distribuzione siamo ancora molto indietro. Vorrei invece che l’Italia avesse uno sguardo più aperto, non si puntasse solo al botteghino. Dunque ben venga Netflix che apre nuove spazi produttivi e distributi per  i film d’autore e di nicchia. Ma più in generale è importante che il cinema torni un punto di riferimento culturale e politico soprattutto per i giovani. Netflix o non Netflix. Che i film si facciano e soprattutto si vedano, ai festival, in sala o in streaming.

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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