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“1945” in Ungheria. I fantasmi del nazismo e non solo

In sala dal 3 maggio (per Mariposa Cinematografica), “1945”, nuovo magnifico film dell’ungherese Ferenc Török, ispirato all’omonimo racconto dello scrittore Gabor T. Szanto. Un potente western in bianco e nero che dire sul tema dell’Olocausto è riduttivo. La cattiva coscienza di un paese, l’Ungheria, che ieri come oggi (leggi Orban) approfitta delle tragedie della Storia. Come tutto il mondo, del resto …

I western non mi sono mai piaciuti. Sarà forse perché, quand’ero ragazza, un ragazzotto di non brutto aspetto, seriamente convinto d’essere un perfetto mix di Paul Newman e John Wayne, passava rumorosi pomeriggi nella sua camera da letto, esattamente sopra a quella mia, mimando senza tregua sparatorie, agguati e colpi mortali con conseguenti assai sgradevoli tonfi.

C’è voluto un regista ungherese per farmeli apprezzare.
Si chiama Ferenc Török, ha 47 anni, e ha ricevuto a Budapest, e non solo, già numerosi premi per le sue opere.
A emozionarmi, con le sue western-citazioni, neanche un po’ rumorose, c’è riuscito con 1945, suo sesto, bellissimo, film.

In una terra sperduta arriva un treno col suo fumo in una piccola stazione.
Scendono solo due uomini: un vecchio e un giovane vestiti di nero. Portano due bauli e un carro trainato da un ronzino li sta aspettando per trasportarli non si sa dove.

Oltre a loro sul posto soltanto chi guida il carro, dei russi in camionetta e un solitario capostazione che si allarma all’istante. Inforca la bicicletta e si precipita altrove dopo aver ordinato di nascosto all’uomo col ronzino di accompagnarli dove vogliono, ma con estrema calma.

Del resto non sembrano avere una gran fretta. Scelgono di raggiungere la loro meta, a poco più di un’ora di distanza, a piedi. E s’incamminano lungo la terra battuta seguendo piano, con l’eleganza dignitosa di chi sa cos’ è un vero dolore, il carro con i due bauli.

Non siamo nel vecchio West ma in un’assolata e polverosa campagna non lontana da Budapest. E loro sono due ebrei ortodossi tornati il 12 agosto del ’45, a guerra appena terminata, nel loro paese. Fatto che porta un immediato scompiglio e una grandissima inquietudine in tutti. A cominciare dal vicario-notaio (Peter Rudolf) un simil-Mussolini, con moglie a letto depressa (Eszter Nagy-Kalozy), sorpreso dalla notizia mentre si fa tranquillamente la barba e si prepara al matrimonio del figlio (Bence Tasnadi) con una contadinella (Dora Sztarenki).

Il film in significativo bianco e nero, coglie un’epoca in cui in Ungheria il fascismo era appena finito, il comunismo non ancora iniziato, e la guerra faceva danni ancora altrove. Loro, più o meno tutti, i danni li avevano già fatti e l’inquietudine nasceva dal terrore che la presenza misteriosa dei due sopravvissuti sconosciuti scoperchiasse il loro putrido pentolone fatto di delazioni, di denunce col solo scopo di appropriarsi di beni altrui, o quanto meno di “star meglio”.

Non solo il western, ma anche Altman, cita e ringrazia il regista Török che porta in scena, intreccia e mette a fuoco come un drone, pecche e nature dei vari personaggi del villaggio.

Se ne salvano pochi in quest’opera che dalle tragedie greche eredita l’unità d’azione, tempo e luogo.

Già, perché il tutto si svolge nel tempo di andata e ritorno a piedi di quella misteriosa camminata in coppia dei due begli uomini in nero (Ivan Angelusz e Marcell Nagy)

Tratto da un racconto, Homecoming, dello scrittore ungherese Gabor T. Szanto che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Ferenc Török , 1945 che, purtroppo, per i temi che affronta, si fa una certa fatica a collocarlo solo in quell’epoca – a cominciare dal terrore che può suscitare l’arrivo di due “stranieri” per chi non ha la coscienza troppo pulita – è stato presentato al festival di Berlino nel 2017 e ha ricevuto numerosi premi. Uno anche per la bella musica originale di Tibor Szemzo.

In Italia si vedrà dal 3 di maggio distribuito da Mariposa Cinematografica.


Marina Pertile

giornalista