Addio Laurent Cantet. L’umanità discreta del cinema a tempo pieno

È scomparso il 25 aprile Laurent Cantet, il regista francese Palma d’oro per “La classe” e Leone d’oro per “A tempo pieno”.  Autore discreto e coerente, dalla fibra profondamente umana, Cantet ha praticato un cinema di idee in presa diretta sulla realtà, scandagliandone i suo aspetti più complessi. Tanto mondo del lavoro (la sua perdita, soprattutto), passando dalla scuola al turismo sessuale, dagli integralismi alle più profonde contraddizioni del nostro presente …

Meno conosciuto di Robert Guédiguian, almeno in Italia, Laurent Cantet scomparso il 25 aprile a soli 63 anni per un male incurabile, il suo cinema, come il collega di Marsiglia, l’ha sempre messo al servizio del racconto sociale, civile, politico e quindi anche e soprattutto del mondo del lavoro in trasformazione.

Quel padre di famiglia protagonista di A tempo pieno (Leone d’oro a Venezia 2001, nelle foto), quell’uomo che una volta perso il suo impiego da consulente sceglie di mentire a tutti, continuando ad uscire di casa ogni mattina, fingendo di recarsi al suo impiego che non ha più, fino alle più tragiche conseguenze, resta uno dei personaggi più simbolici e riusciti della storia del cinema, nell’ndicare – profeticamente – la deriva di un capitalismo senza più regole nè umanità.

Un percorso, del resto, cominciato da subito, nel 1999, con quel film sulla fabbrica, Risorse umane, dedicato alla riforma francese delle 35 ore, narrata attraverso lo scontro generazionale tra il padre operaio e il figlio “colletto bianco” nella stessa officina.

Autore discreto e coerente, dalla fibra profondamente umana Cantet ha praticato un cinema di idee in presa diretta sulla realtà, scandagliandone i suo aspetti più complessi. Nella scuola per esempio, cassa di risonanza privilegiata delle disuglianze e delle differenze di opportunità. L’universo multietnico e multiculturale di una media parigina, raccontata attraverso gli occhi di un ben più che volenteroso insegnante di francese (François Bégaudeau anche autore del libro a cui il film è ispirato) gli ha valso la Palma d’oro a Cannes 2008 (La classe) e la notorietà internazionale.

Così come all’indomani degli attentati di Parigi del 2015 Cantet non si accontenta delle facili schematizzazioni in fatto di integralisti, ma ne L’atelier (2017) – magnifico lo scenario della Ciotat, città ad alto tasso simbolico, dagli storici cantieri navali ormai in disuso e dove i Lumière hanno dato i natali al cinema – orchestra un inatteso thriller in cui assenza di prospettive, distanza e indifferenza verso la società caratterizzano lo studente razzista e violento sedotto dall’estrema destra. Quello che non perde occasione di provocare, di insultare i compagni di laboratorio, di tirare in ballo gli “integralismi” dell’altro, di fronte a una classe multietnica, con ragazzi di origini arabe e musulmane.

Contraddizioni e derive riproste nell’ultimo film Arthur Rambo (2021) in cui lo scrittore di origini maghrebine che ha commosso la rete con la storia di sua madre, si ritrova condannato da borghesia e banlieues quando salta fuori il suo passato ignobile di blogger omofobo e antisemita. Non diversamente, ma diverse nel contesto, del resto, si palesano le contraddizioni delle protagoniste di Verso il Sud (2006), turiste americane in cerca di sesso ad Haiti in un confronto tra due povertà: quella sociale e quella sessuale.

A guardar bene, anche in questo caso si parla di lavoro. Operai, quadri, disoccupati, professori, sex woker. Laurent Cantet li ha saputi cogliere nel loro quotidiano, trasformandoli in personaggi simbolo di questo nostro presente in caduta libera, in cui riconoscersi è sempre più difficile. Lui non ha mai smesso di provarci. E stava giusto lavorando al suo ultimo film l’Apprenti, L’Apprendista, che sarebbe dovuto uscire nel 2025. Il suo cinema a tempo pieno ci mancherà tantissimo.