Amos Oz e la sua mamma. Nathalie Portman meglio attrice che regista
In sala dall’8 giugno (per Altre Storie) “Sognare è vivere” esordio alla regia di Nathalie Portman, presentato a Cannes 2015 e ispirato “Una storia di amore e di tenebra” del grande scrittore appena scomparso, Amos Oz e testo cardine della letteratura israeliana. Un esordio troppo ambizioso che sconta schematismi e ingenuità da opera prima. L’attrice israeliana è anche nei panni della madre del celebre scrittore…

Nathalie Portman, bellissima attrice premio Oscar nata in Israele, si è posta un obiettivo ambizioso per il suo debutto dietro alla macchina da presa. Portare sul grande schermo uno dei testi cardine della letteratura israeliana: Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli) del grande Amos Oz, appena scomparso a 79 anni, consumato da un tumore.
Un’autobiografia imponente in cui lo scrittore, ripercorre infanzia e adolescenza a Gerusalemme e poi nel kibbuz di Hulda, tracciando 120 di storia, attraverso le vicende familiari, l’Europa e la nascita di Israele. Svelando, per la prima volta in queste pagine, il tabù che ha condizionato la sua esistenza: il suicidio di sua madre nel 1952, a seguito di una lunga depressione.
Di questa storia complessa che affonda le radici nel dolore, Nathalie Portman sceglie di privilegiare l’infanzia di Amos, per ricavarsi il ruolo centrale della madre.

Una donna colta e affettuosa, consumata dall’amore per un marito “grigio”, troppo preso dai sui scritti accademici che non coglie la sua fantasia e la sua vitalità. Doti che invece nutrono i sogni del piccolo Amos, attraverso le storie che gli racconta ogni sera addormentandolo, accarezzandolo, consegnandogli pesanti insegnamenti filosofici sulla vita.
Lui, l’Amos bambino è un ragazzino apparentemente fragile, che vediamo “bullizzato” dai compagni di scuola, che parla di politica come un adulto, che si rivolge alle sue coetanee arabe come un principino, salvo poi provocare “crisi diplomatiche” quando si scatena in lui l’effervescenza naturale del ragazzino (con l’altalena che si stacca e colpisce il bimbo arabo), assumendo involontari tratti caricaturali.
Con tinte fosche, e la voce narrante del’Amos adulto che cita a tratti stralci del romanzo, il film è tutto rivolto a spiegarci come sia nata proprio in quegli anni la vena artistica di Amos Oz, che impara da sua madre l’arte del racconto con cui lo vediamo, alla fine, difendersi persino dalle botte dei compagni che “incanta” con le sue storie fantastiche.
Nonostante il tentativo sommesso di una ricerca stilistica, Sognare è vivere resta prigioniero di personaggi schematici e dell’ ingenuità da opera prima acerba e didascalica. Peccato.
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Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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È evidente che da un opera così Ponderosa bisognasse fare dei tagli..Ma un accenno alla nonna o bisnonna..Che appena trasferita a Gerusalemme..Schifata e maniaca dell’igene..Costringe il marito tutte le mattine a disinfettare la casa ecc…Meritava un accenno.