“Bellas mariposas” la tribù di periferia di Atzeni. Che ha stregato Mereu

Presentato a Venezia 2012, “Bellas mariposas” di Salvatore Mereu, dall’omonimo racconto dello scrittore sardo, Sergio Atzeni (Sellerio). La Cagliari dei quartieri popolari raccontata con toni grotteschi e surreali. Mentre Cate, l’adolescente protagonista, ci guarda … e racconta di una tribù di uomini disoccupati e nullafacenti, che vivono sulle spalle delle mogli. Donne che molestano i ragazzini e padri che molestano un po’ tutti. La recensione è stata pubblicata su l’Unità del 7 settembre 2012 …

Adolescenti sotto i riflettori della Mostra. Dopo quelli napoletani schiacciati negli ingranaggi della camorra raccontati da Leonardo Di Costanzo (L’intervallo), ecco ancora uno sguardo d’autore che sposta l’orizzonte su un’altra realtà a rischio: la Cagliari dei quartieri popolari.

Stiamo parlando di Bellas mariposas, il nuovo film di Salvatore Mereu (si rivelò proprio qui da Venezia con Ballo a tre passi nel 2003) ispirato all’omonimo racconto di Sergio Atzeni, passato in Orizzonti. Un testo molto popolare (conosciuto anche dai giovani, conferma il regista) che Mereu aveva in mente di portare al cinema da tempo. «Mi rimproveravano di filmare solo muretti a secco – dice – questa era l’occasione per filmare il cemento e la realtà urbana. E non vedevo l’ora».

Eccoci dunque immersi tra i palazzoni di Sant’Elia, quartiere popolare ad alto tasso di disoccupazione e disagio sociale. Dove Mereu era già «entrato» per un laboratorio di cinema nelle scuole da dove è nato Tajabone: racconto in presa diretta delle tensioni giovanili che firmano loro stessi i soggetti della narrazione.

C’è anche un po’ di Tajabone, infatti, in questa piccola commedia (autoprodotta) che esula ampiamente dal genere giovanilistico dei «telefonini bianchi».

Attraverso un mix linguistico, dove prevale il sardo parlato dai ragazzi, e l’originale racconto in prima persona, assistiamo allo svolgersi del complicato quotidiano di Cate (l’esordiente Sara Podda), un’adolescente circondata da una numerosa famiglia, che tanto ricorda la tribù di Daniel Pennac, dove tutti vivono allegramente nel caos, e il mondo degli adulti è quello più preso di mira.

Ecco il padre perennemente disoccupato e nullafacente che impiega il tempo a masturbarsi in bagno, lasciando fuori la figlia più piccola che implora di dover fare pipì. La sorella maggiore, Mandarina, a cui da piccola, come ci racconta Cate senza peli sulla lingua, «hanno toccato l’albicocca» ed ha finito per prostituirsi.

Ancora un paio di fratelli, sempre ragazzini, messi al mondo da un’altra madre che non disdegnano l’eroina e sognano di diventare rock-star, come Cate del resto («voglio restare vergine e fare rock» dice allo specchio). Poi donne che molestano i ragazzini, padri che molestano un po’ tutti, ma soprattutto uomini disoccupati, nullafacenti, che vivono sulle spalle delle mogli.

Veri e propri «mandroni», come si dice in dialetto e come ripete in continuazione Caterina apostrofando tutto il genere maschile. Tutto tranne Gigi, che anche se è «un po’ tonto» è il suo amore. E magari un giorno lo sposerà.

Tra molte risate, grottesco e atmosfere surreali, le tante storie ritroveranno il loro centro proprio sul finale, quando Gigi rischierà di finire sotto i colpi di pistola del fratello di Caterina.