Cacciatori di ricci nel mare di Cagliari. Storie di seconde opportunità in un doc su Sky Arte
In onda su SKY arte fino al 30 ottobre, “Il clan dei ricciai” doc di Pietro Mereu, premio “UCCA – L’Italia che non si vede”. Una storia di riscatto attraverso il mare. Un gruppo di ex detenuti che trovano la loro seconda occasione nella pesca dei ricci, grazie al “clan” di Gesuino Banchero che accoglie chi, come lui, ha avuto problemi con la giustizia ed è in cerca di integrarsi nuovamente nella comunità …

Esiste redenzione? Esiste un mondo pronto ad accogliere chi ha sbagliato? Esiste il riscatto? Forse il cosiddetto reintegro nella società è soltanto utopia. Un’utopia che il regista Pietro Mereu (lo ricordiamo per il suo dissacrante Disoccupato in affitto) ci racconta con il suo ultimo film, Il clan dei ricciai, dove con vena poetica e indiscusso talento visivo ci racconta un mondo “altro”.
Quello speciale dei ricciai, appunto, pescatori cagliaritani dalla tradizione antica, che affonda le sue radici spesso in contesti di violenza e malavita e che oggi è piuttosto luogo di riscatto sociale.
“Questa barca è una sorta di ponte. Che mi collega a due mondi completamente diversi. Uno è il mondo dove io sono cresciuto, vissuto e non lo rinnego, perché non rinnego mai chi sono, da dove vengo e il passato. L’altro, diciamo, è un mondo un po’ diverso dove hai a che fare con politici, impresari, direttori di banca, massoni… cioè è un mondo completamente diverso, però, se andiamo a esaminarlo è uguale al mondo da cui io vengo: tutti cercano di fotterti.”
Così sentenzia Gesuino Banchero. Un uomo di 58 anni con trascorsi penali e che da 38 anni fa il ricciaio e dà lavoro a quelli come lui, usciti dai giri malavitosi (e spesso di galera) in cerca di una nuova vita, possibile.
Pietro Mereu, con sensibilità, agita le placide acque marine dove i protagonisti di questo “clan” del tutto particolare, vanno a raccogliere i ricci nei fondali marini sardi. Animali ispidi e pungenti come le loro vite passate. In queste vite “strappate” al mare si cela il segreto ed emerge il parallelo che serve a congiungere queste esistenze interrotte: i ricciai come i ricci sono vittime a loro volta.
Il paradosso si snoda perfettamente nella barca: scivola dolcemente sul mare, in un viaggio dove Gesuino Bancheri, e i suoi compagni, sono reperti (moderni) archeologici di un passato ormai remoto, frutto di “errori” della società, e che la società stessa rigetta come corpi estranei. Eccoli con le loro storie. Jo Perrino, sui 50 anni, gran parte vissuti tra le bande della malavita di Castello, la cui parola ricorrente è omertà. Massimo Senis, occhi vispi e acuti, ha conosciuto la violenza della strada e della polizia ed ora cerca di vivere con questi nuovi amici; Andrea Venturi che narra dei codici della “vecchia mala” a cui oggi si è sostitutito il tutti contro tutti dello spaccio e della guerra tra poveri.
Sono figli di Cagliari (e dintorni), cresciuti nei vicoli stretti e bui. Hanno subito i colpi d’arma da fuoco delle forze dell’ordine e delle bande rivali. Hanno conosciuto la paura della latitanza. Hanno conosciuto la miserabile solitudine del carcere. E ora, che cercano una nuova vita, possono solo sperare nel mare.
Ma che pure ha le sue leggi: per il fermo biologico i ricci si possono pescare solo in brevi periodi. Gesuino e il suo clan per vivere, debbono infischiarsene. Diventando così nuovamente fuorilegge. I locali li rincorrono e li pestano a sangue. La polizia costiera cerca di ingabbiarli. Sono di nuovo fuggitivi.
Pietro Mereu riesce nel difficile compito di raccontare con oggettività queste “storie di vita”. Con sensibilità e grande cura tratteggia emozioni e sensazioni. Non dà soluzioni, però, ma piuttosto pone un problema sociale di portanza immensa.
Disponibile fino al 30 ottobre su SKY arte il film di Mereu, vincitore del premio “UCCA – L’Italia che non si vede” al Biografilm 2018, è un appuntamento da non perdere.
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