Cenerentola è una sex worker e fa il pieno di Oscar. Miglior doc “No Other Land” contro le violenze israeliane
“Anora” di Sean Baker è il vincitore assoluto degli Oscar 2025 (film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista, Mikey Madison, montaggio). Miglior doc è “No Other Land“, coraggiosa denuncia della distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania da parte di Israele (torna in sala il 6 marzo). Un po’ di letteratura con l’Oscar a “Conclave” per la sceneggiatura dal romanzo-thriller vaticano di Robert Harris, ma anche con “Io sono ancora qui” di Walter Salles dedicato alla memoria desaparecidos brasiliani. “Emilia Perez” resta a secco e sconta le polemiche legate all’interprete Karla Sofía Gascón che sarebbe stata la prima attrice trans a vincere l’Oscar. Forse un po’ troppo per l’era Trump …

Che i premi Oscar non siano sempre improntati alla qualità ma piuttosto “all’aria che tira”, nonché agli interessi delle major è acclarato. Eppure da questa edizione, la prima del ritorno di Trump e dopo gli incendi di Los Angeles che hanno messo al tappeto anche e soprattutto Hollywood, ci si aspettava qualcosa di più attento al racconto politico e sociale. E invece non è andata così, salvo un paio di eccezioni.
È Anora di Sean Baker, infatti, il film indipendente già Palma d’oro 2024, rivisitazione di Cenerentola in veste di sex worker, a vincere su tutti: cinque statuette tra cui le più ambite, miglior film e miglior regia. Riuscendo addirittura a sorpassare il favoritissimo The Brutalist di Brady Corbet, che comunque porta a casa l’Oscar per l’interprete, Adrien Brody protagonista nei panni dell’architetto ebreo sopravvissuto al lager e in piena ascesa sociale americana, più altri due per fotografia e colonna sonora.
La miglior sceneggiatura non originale va a Conclave dell’austriaco Edward Berger, tratto dal romanzo-thriller vaticano di Robert Harris (Mondadori). L’elezione al papato e la clausura dei vescovi elettori gettano le basi per una quasi-indagine, pronta a mettere la Chiesa sul banco degli imputati. Con Isabella Rossellini nel cast, ma rimasta a bocca asciutta.
Protagonista del palmarès anche un altro adattamento cine-letterario: Wicked (tratto dal romanzo Strega – Cronache dal regno di Oz in rivolta), premiato con le statuette per la miglior scenografia e migliori costumi.
Fanno eccezione al palmarès addomesticato dell’Academy, l’Oscar come miglior film internazionale a Io sono ancora qui, diretto dal brasiliano Walter Salles e tratto dall’omonimo romanzo di Marcelo Rubens Paiva, narrazione politica, emotiva e toccante sui desaparecidos. E ancora, e soprattutto, il miglior documentario: No Other Land, coraggiosa denuncia della distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania da parte di Israele. Lo firma un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor ed Hamdan Ballal, già vincitori alla Berlinale 2024 che torna in sala dal 6 marzo per Wanted.
Emilia Perez è il grande epurato dal palmarès nonostante le 13 candidature. Due sole statuette: una come miglior attrice non protagonista a Zoe Saldana, l’altra per la miglior canzone originale. Restano fuori il film, insomma, e soprattutto Karla Sofía Gascón che sarebbe stata la prima attrice trans a vincere un Oscar. Troppo per la normalizzazione richiesta nell’era Trump. Le polemiche social scatenate contro l’attrice per i suoi vecchi tweet razzisti, l’hanno messa fuori gioco.
Anche il body horror di Coralie Fargeat, The Substance, porta a casa solo miglior trucco e acconciatura. L’oppressione estetica imposta, soprattutto alle donne, dall’universo mediatico può anche diventare un tema tabù nell’America sempre più plastificata di oggi.
Ilaria Petroni
tirocinante del corso di critica giornalistica dell'Accademia nazionale d'arte drammatica Silvio d'Amico di Roma



