Chuck Palahniuk, l’operaio di Portland che stende (letteralmente) i suoi lettori

Incontro ravvicinato, alla Festa di Roma, con Chuck Palahniuk, star cinquantacinquenne della letteratura americana, baciato dal successo con l’adattamento cinematografico del suo “Fight Club”. “Non mi considero un figlio di Raymond Carver, dice, piuttosto mi sento legato a Tom Spanbauer”, incontrato nella sua scuola di scrittura, quando Chuck per vivere faceva l’operaio. E già “stendeva” i suoi lettori…

 

La domanda più semplice, più “popolare”: ma è vero che sessanta persone sono svenute, si sono sentite male ad un reading dei suoi racconti brevi? “No, non è vero. Erano solo dodici. Comunque è accaduto più di una volta. Ed è successo anche a Milano, dove tre persone hanno dovuto lasciare la sala dove io stavo leggendo un mio racconto”.

Quella più colta: ma lei in qualche modo si può considerare un figlio di Raymond Carver? “No, non direi. Piuttosto, se proprio devo usare questa formula, direi di sentirmi legato a Tom Spanbauer. Che magari in Italia conoscete poco, ma è un genio, e la sua scuola di scrittura ha davvero creato uno stile unico”.

Chuck Palahniuk, 55 anni, scrittore e giornalista statunitense, è a Roma. Alla Festa del cinema. Si concede un po’ – ma solo un po’ – a critici e fan in una delle sale dell’Auditorium.

Sa di essere una star a metà fra le due cose – letteratura e cinema -, sa che il suo libro, Figth Club nella trasposizione su pellicola di David Fincher è ormai diventato un cult per due generazioni e non gli dispiace raccontare del film. Del film che l’ha reso famoso come scrittore.

“Dopo la scuola di giornalismo a Portland, avevo capito che quella strada era quasi impossibile. Così trovai lavoro in fabbrica. Nel poco tempo libero, scrivevo. All’editore che contattai però Fight Club non piacque molto. Dopo qualche tira e molla, fu pubblicato. Ma il successo editoriale fu quasi nullo”.

Tre anni dopo però arrivò il film, grazie all’intuizione di David Fincher. E arrivò il dvd. E tutti corsero a comprare il libro, che fu ristampato più e più volte. E tutti – buon’ultima anche la critica – scoprirono quel suo modo asciutto di scrivere, quasi senza aggettivi, con le frasi che durano due righe, due righe e mezzo. Con un modo di esprimersi che sembra quello delle persone al bar, semplice. Diretto. Che con quella “semplicità” ti trasporta in un mondo violento, dove si perdono i confini tra utopia e distopia.

“Questo è il mio modo di scrivere – racconta – Dove l’ho imparato? Vi racconto un aneddoto. Quando facevo l’operaio, non volevo rompere completamente con la scrittura. Mi iscrissi allora ad una scuola, in America ce ne sono migliaia. C’erano agiate signore, mogli di professionisti, che raccontavano in prosa i loro pomeriggi. Un giorno mi presentai con un mio racconto: un teenager era talmente innamorato della sua rockstar che aveva ordinato e si era fatto costruire una bambola gonfiabile a sua immagine. Un pomeriggio, uno dei tanti pomeriggi di Portland, decide finalmente di consumare un rapporto con la sua bambola. Un rapporto orale. Ma al momento dell’orgasmo nella sua stanza, entra la madre. Lessi il racconto davanti alle signore della scuola di scrittura. Subito dopo il direttore mi chiamò da parte per dirmi che le “alunne” erano molto scioccate e sarebbe stato meglio se non mi fossi più fatto vedere”. Fu così che cambiò scuola ed incontrò Tom Spanbauer.

Ma lui non vuole scioccare le persone. Almeno nel senso che attribuiamo noi a quel verbo. “Io credo che i racconti siano il modo con cui le persone entrano in contatto fra di loro. I racconti formano, chi li scrive e chi li ascolta. E i racconti non possono ignorare la violenza, il dolore, la fame”.

Ma qui siamo a Roma, alla Festa del cinema. “Chissà perché tanti sono interessati ai miei rapporti con David Fincher. Credo che fra me e lui ci sia un rispetto reciproco. Ma se proprio devo trovare una persona speciale che ha permesso la realizzazione del film, direi il produttore (non lo nomina ma dovrebbe trattarsi di Art Linson, ndr)”. Perché è stato il produttore ad imporsi, anche sul regista, e – restando più fedele al libro – a evitare che il personaggio anonimo che dà vita al circolo clandestino di lotta (dove si combatte fino alla morte contro persone-simboli che incarnano gli stereotipi dell’American way of life) assumesse i tratti di uno svitato simpatico. Un simpatico bonaccione. Così come è stato il produttore a dire di no a Courtney Love per la parte della protagonista femminile. “Che era perfetta ma forse troppo scontata. E aveva ragione”.

Eccolo Chuck Palahniuk, insomma. Famoso, di culto ma imprevedibile come sempre. Che però alla fine ribadisce una cosa scontata. Che comunque vale sempre la pena ripetere. “Incontro persone che si dividono fra chi preferisce i mei racconti e chi sceglie la loro trasposizione cinematografica (e qui, fra parentesi, annuncia che sono già stati acquisiti i diritti per il suo primo libro, Invisible Monsters, ndr). Non ha senso. Credo che anche un film tratto da un testo abbia una sua autonomia, debba avere una sua autonomia. Va giudicato come opera in sé, non in quanto tratto da…”.
Lui in ogni caso continuerà a scrivere.