“Coco”, tra i nipotini danzanti dello zio Walt. E la Festa dei morti è davvero una festa (Pixar)

È da quasi un secolo che gli scheletri danzano e suonano allegri nei cartoon. Era il 1929, infatti, quando Walt Disney sfornò The Skeleton Dance (La danza degli scheletri), un corto di cinque minuti che fece epoca. Oggi (nelle sale per le feste) “Coco”, il nuovo lungometraggio targato Disney/Pixar, magistralmente diretto da Lee Unkrich (con Adrian Molina), ci riporta nell’Aldilà, ma quello coloratissimo e rutilante della Festa dei morti messicana. Quasi un musical che diverte e commuove…

È nato prima l’uovo o la gallina? Il dubbio amletico, nel mondo dei cartoon, si traduce in: è nato prima il disegno o la musica? Walt Disney non aveva dubbi, tanto che volle le Silly Simphonies – 75 cortometraggi animati, prodotti tra il 1929 e il 1938 – ovvero le Sinfonie Allegre (letteralmente: sciocche, frivole) una serie di cartoon in cui è la musica a farla da padrona.

Insomma: la colonna sonora detta tempi e movimenti ai disegni e al foglio macchina. Proprio come voleva Disney – anche se l’idea pare fosse venuta prima al musicista Carl Stalling che si era stufato di «rincorrere» con i suoi spartiti le gag dei primi cartoon di Mickey Mouse – quel Disney che un decennio dopo approdò a Fantasia (1940), la musica animata per eccellenza.

La prima Silly Simphony (1929) fu The Skeleton Dance (La danza degli scheletri), un corto di 5 minuti e mezzo nel quale alcuni scheletri escono dalle tombe e si mettono a danzare e a suonare, usando le proprie tibie e costole come fossero degli xilofoni (vedi qui). Fu proprio Carl Stalling a scrivere la partitura ispirandosi a uno spettacolo del vaudeville e citando espressamente La marcia dei Troll di Edward Grieg; mentre a far muovere gli scheletri fu il grande Ub Iwerks, il primo, vero animatore di Topolino. Quelle divertenti sequenze fecero scuola, non solo nei cartoon.

Se ne dovette ricordare certamente anche Ray Harryhausen quando, nel 1963, guidò la sequenza del film Gli Argonauti nella quale Giasone duella con un gruppo di modellini di scheletri, animati con la tecnica della stop-motion (vedi qui).

Danzano, suonano, cantano e ballano anche gli scheletri di Coco, quasi un musical ambientato nel Mondo dei Morti. Quello delle credenze religiose della cultura messicana secondo cui a popolarlo, più che le anime o i puri spiriti, sono i corpi o quel che ne resta dopo la vita, ovvero gli scheletri.

In questo rutilante, coloratissimo e allegro Aldilà – quanto lontano dai tenebrosi e nebbiosi Aldilà delle culture europee! – ci finisce il piccolo Miguel Rivera, protagonista del nuovo lungometraggio targato Disney/Pixar magistralmente diretto da Lee Unkrich (con Adrian Molina). Miguel va alla ricerca di un’immagine perduta, di un frammento di fotografia che ritrae il suo idolo musicale e canterino Ernesto de La Cruz, reo di aver abbandonato la famiglia dei suoi trisavoli per inseguire la carriera.

Da allora, la bisnonna Imelda ha bandito la musica da casa e dinastia facendola diventare una bottega di artigiani che fabbricano scarpe, e costringendo Miguel a diventare ciabattino per forza. Tant’è: il nostro non rinuncia a inseguire il suo sogno e le sue radici musicali e nel «Dìa de los Muertos», il giorno che celebra i morti, mentre tenta di rubare la chitarra appartenuta al mitico Ernesto (una sorta di Elvis Presley mariachi), si ritrova catapultato come per magia dall’altra parte della vita, lui, ancora vivo, in un mondo di morti.

Scheletri allegri, comunque, purché i vivi si ricordino di loro e, nel giorno che li celebra, pongano sugli altarini della festa pagana una loro immagine e delle offerte. Nel suo viaggio Miguel è accompagnato da Dante, un cane randagio mezzo pazzo, ma il suo vero spirito guida sarà Hector che si offre di aiutare Miguel chiedendogli in cambio di riportare con sé una fotografia che lo ricordi alla figlia smarrita. E proprio in questa foto sta nascosta la chiave del segreto dell’intera vicenda, quella che lega Ernesto, Hector, Miguel e la sua trisnonna Coco (che dà il titolo al film).

Tutt’alto che una «selva oscura» – come si è detto – l’Aldilà del cammino di Miguel ha l’aspetto di una fantasmagorica città che pesca un po’ nell’immaginario utopico e un po’ nell’iconografia e nel decorativismo messicano, aggiornato ai surrealistici e magici pastiche di Frida Khalo: una specie di nume tutelare del film ma ironicamente presa in giro da Hector che si traveste e trucca come la celebre artista per sfuggire ai rigidi controlli della «dogana» tra il Mondo dei Morti e quello dei Vivi.

Li unisce un ponte di petali rosa-arancio – nei tempi di Donald Trump c’è chi vi ha letto una metafora anti-muro tra Usa e immigrati messicani – che i nostri eroi dovranno attraversare più volte. Finale e sottofinale del film sono incontenibili, come le lacrimucce difficili da trattenere che i magici pixeriani (registi, animatori, musicisti e quant’altro) sanno suscitare al punto giusto.

Oltre le credenze e i riti del Dìa de los Muertos (già indagati nell’analogo cartoon Il libro della vita di Jorge Gutierrez, prodotto nel 2014 da Guillermo Del Toro), oltre gli ammiccamenti alla Commedia più o meno Divina (il cane Dante e la riveduta legge del contrappasso che condanna alla non-musica i «peccatori») e oltre il richiamo alle tradizioni e alla memoria dei nostri cari da preservare (magari con la bella song Ricordami scritta del duo premio Oscar, Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopezda) da Coco affiorano la classe e le inimitabili invenzioni narrative di una factory come la Pixar. Fin dai titoli di testa ai quali si affida il compito di raccontare l’antefatto «ricamandolo» sui centrini votivi offerti ai Morti: quei simpatici scheletri, antenati della Disney di oggi.