Corpo a corpo con il senso di colpa. Darren Aronofsky nell’immensità del dolore

Passato in concorso “The Whale” di Darren Aronofsky dall’omonima pièce di Samuel D. Hunter (che firma anche la sceneggiatura). Un Brendan Fraser in stato di grazia nei panni di un uomo- pachiderma alle prese col suo lento e inesorabile processo di autodistruzione. C’è qualcosa di mostruoso in lui, come se la voracità con la quale ingurgita ogni tipo di junk food non alimentasse il suo ipertrofico stomaco ma quella bestia che lo divora dall’interno, fatta di atroci sensi di colpa, dolore e solitudine. Un film che colpisce al cuore e pieno di libri: da “Moby Dick” alla Bibbia …

Charlie è un pachiderma dalle sembianze umane di quasi 300 chili arenato su un divano sporco e sfondato nel soggiorno di una casa malinconicamente desolata, polverosa e maleodorante, ridotto alla quasi totale immobilità e schiacciato da ancora più gravosi vuoti e sensi di colpa.

Nelle due ore del film di Darren Aronofsky, tratto dall’omonima opera teatrale di Samuel D. Hunter (che firma anche la sceneggiatura) entriamo in contatto con un personaggio indimenticabile: per il senso di repulsione che può provocare, certo, ma nel contempo ancora di più, per l’empatia alla quale non è possibile sottrarsi.

Difficile definire i sentimenti che provoca: tenerezza, commozione, repulsione, nervosismo. Per le sue fragilità, le sue colpe, il bisogno di riparare ai propri errori. Ma anche per come il corpo enorme e deformato, le gambe come tronchi di carne e il ventre molle che gli ricade quasi fino alle ginocchia – effetto straordinario di un mix tra una tuta speciale e l’uso di computer grafica – non gli tolgono una specie di inspiegabile leggerezza.

Gli occhi azzurri e lo sguardo dolcissimo di Charlie (un Brendan Fraser in stato di grazia) si prendono la scena; Charlie, nonostante tutto, è di un’umanità imperfetta, laica, piena di speranza e di fede nel prossimo. Così autentica che non riesce a turbare neanche incontrandolo nelle prime battute del film mentre si sta masturbando, con una foga tale da farsi venire quasi un infarto, davanti a un porno sul web.

L’enorme figura che si mostra allo spettatore è un’anima triste che tiene corsi online di scrittura con la webcam perennemente spenta per la vergogna di se stesso (malgrado tutti i discorsi sulla body positivity, la società è ben lontana dal far sentire “normale” uno come lui) ma che impartisce lezioni di rara bellezza e sensibilità. L’affanno che accompagna ogni suo respiro dice di un uomo in agonia e mentre il dramma si svolge, diventa chiaro che Charlie e il suo profondo dolore sono deliberatamente impegnati da anni nell’autodistruzione, obbiettivo ormai a portata di mano.

C’è qualcosa di mostruoso in quest’uomo, come se la voracità con la quale ingurgita ogni tipo di junk food non alimentasse il suo ipertrofico stomaco ma quella bestia che lo divora dall’interno, fatta di atroci sensi di colpa, dolore e solitudine.
Fedelissimo alla pièce, il film si svolge quasi esclusivamente nel soggiorno della casa-prigione dove con la sua stazza si è autorecluso. Rare le incursioni della macchina da presa in veranda o in bagno.

Tuttavia, in modo molto teatrale, la coprotagonista nel film potrebbe essere la porta d’ingresso dello squallido appartamento suburbano, riflesso della miseria emotiva e della depressione in cui Charlie galleggia, eppure miracolosamente riesce a non essere claustrofobica, riesce a comunicare lo stesso un senso profondo di “casa”.

Poche persone rompono il suo isolamento: la più cara amica e infermiera Liz, la figlia Ellie (Sadie Sink, la Max di Stranger Things) adolescente piena di rabbia, una bomba a orologeria sempre pronta a scoppiare, un giovane predicatore di una setta religiosa chiamata New Life, il rider che gli porta i cartoni di pizze Gambino, la ex moglie Mary (Samantha Morton). Mano a mano che tutti interagiscono, emerge la storia di Charlie e con essa anche le ragioni per cui è tanto disgustato da se stesso e come abbia fatto a ridursi così, perché lo ha fatto e perché è in sostanza deciso a suicidarsi col cibo.

Nel meccanismo narrativo costruito da Hunter non tutto è perfetto, ma le contraddizioni di Charlie finiscono col farlo risultare solo ancora più umano. Perché tradiamo le aspettative di chi ci ama? Se lo sapessimo nessuno mai sbaglierebbe.

The Whale è una storia di dolore, e di libri che si specchiano nei libri: c’è il testo teatrale all’origine del film, scritto da Samuel D. Hunter nel 2012, c’è il Moby Dick di Melville evocato per ragioni che in realtà non hanno nulla a che vedere con il corpo enorme di Charlie e c’è il libro dei libri, la Bibbia, che ha un ruolo importante specie se consideriamo che tutta la vicenda si svolge in Idaho nel cuore dell’America mormone, ultra religiosa e omofoba.

Darren Aronofsky aveva vinto nel 2008 a Venezia il Leone d’oro con The Wrestler ed è curioso notare come ci siano diversi punti di contatto tra la biografia di Charlie e quella del wrestler Randy (uno sfigurato, gigantesco Mickey Rourke). Per l’interpretazione di Brendan Fraser, che in qualche modo qui è più grande del film stesso, e il suo ritorno sotto i riflettori è già stato coniato un termine: Brendanaissance. Vedremo se questa second life del 53enne attore di film anni 90 non proprio indimenticabili come La mummia, George re della giungla Demoni e dei, lo porterà o meno ad un Oscar come migliore attore. Di sicuro per lo spettatore l’incontro con Charlie resta indimenticabile.