I figli che non vorresti. Metti un massacro a cena

In sala dal 18 maggio (per Videa – CDE) “The dinner” dell’americano Oren Moverman, terzo adattamento del best seller “La cena” di Herman Koch. Cosa sareste disposti a fare per coprire i vostri figli che hanno dato fuoco per gioco a un homeless? Un meccanismo a orologeria e un grande cast. Da vedere…

È senz’altro da vedere The dinner di Oren Moverman, tratto dal best seller La cena di Herman Koch, che vanta già altri due adattamenti: in Olanda Het Diner di Menno Meyjes, in Italia I nostri ragazzi di Ivano De Matteo. Una solida sceneggiatura e un cast di attori di prima grandezza che recitano in modo “naturale”, senza l’ausilio di prove preliminari – come si legge nel materiale di presentazione -, fanno della storia narrata in The dinner un meccanismo a orologeria che ottiene l’effetto voluto, cioè trasmettere una sottile inquietudine e porre allo spettatore domande non proprio banali.

Come si comporterebbero i genitori se sapessero che i loro figli hanno dato fuoco per gioco a un homeless, hanno postato la scena su Internet e sono comunque riusciti a farla franca, sfuggendo alle ricerche della polizia? Li denuncerebbero o farebbero di tutto per coprire il loro misfatto orribile?

Il film – che trasferisce l’azione dalla smaliziata Olanda a un’America più intrisa di etica protestante – ruota intorno a una cena (the dinner appunto), consumata in un ristorante super esclusivo, alla quale Stan Lohman (Richard Gere), politico di successo accompagnato dalla moglie Katelyn (Rebecca Hall), invita il fratello minore (Steve Coogan) e la moglie Claire (Laura Linney).

La cena è solo un pretesto per discutere una linea di comportamento comune, dato che l’assassinio è stato compiuto dai rispettivi figli delle due coppie, tra loro cugini. Uno è il classico rampollo adolescente di buona famiglia, che ha agito sconsideratamente più per ebbrezza di trasgressione che per volontà di uccidere – di episodi analoghi, del resto, sono piene le cronache anche da noi –, e che con il suo gesto rischia ora di compromettere la carriera del padre. L’altro è un figlio adottivo, di pelle nera, che ha alle spalle una storia sofferta e una famiglia piena di buchi neri e risentimenti. Lui, al contrario del cugino, si è pentito della bravata e ora medita di denunciare l’accaduto alla polizia.

Ciò che i genitori sono tenuti a fare, o non fare, è oggetto della serrata conversazione che avviene tra una portata e l’altra della sontuosa cena, che scorre a ritmo incalzante, dall’aperitivo al dessert, ed è interrotta solo dai flashback e dalle telefonate che Lohman riceve nel corso della serata.

Sono chiamate che lui non può trascurare. In quelle ore, infatti, sta per giungere al nodo un passaggio decisivo della sua carriera politica: l’adesione o meno di altri politici al progetto da lui messo a punto che, guarda caso, concerne l’estensione della riforma sanitaria voluta da Obama ai malati psichici.

Al di là delle reazioni dei protagonisti, che passano attraverso la riesumazione di scheletri negli armadi e il prorompere in scena di illusioni, timori e miserie di ciascuno di loro, ci sono molti spunti interessanti in questa vicenda, che vanno dal peso del passato sulla vita delle persone a certe scelte alle quali non ci si può sottrarre, come il rigetto o la salvaguardia dei valori di fondo di una società fondata sull’etica. E sulla famiglia.

Il film è stato girato quasi interamente all’interno del ristorante o nelle sue immediate vicinanze, con incursioni nel luogo del delitto e (con qualche eccessiva indulgenza) nelle vite precedenti dei genitori. Protagonista secondario, ma non troppo, è il cibo illustrato a ogni portata da un chef compiacente. Quanto basta per rimpiangere le nostre care, vecchie trattorie caserecce a conduzione familiare.