“Fuori” il cinema italiano da Israele. Martone: “Il mio film in rassegna a mia insaputa” e il Nobel Coetzee si ritira dal festival letterario di Gerusalemme

Chiamato in causa dal collettivo Venice4Palestine, che promuove il boicottaggio del Festival del cinema italiano in Israele, Mario Martone, nel programma dell’iniziativa col suo “Fuori”, dichiara che il film, come quelli di altri, sarebbe stato incluso all’insaputa dei rispettivi registi. E prende le distanze dalla proiezione nelle sale israeliane: «Mi mette i brividi». Intanto, la campagna per il boicottaggio coinvolge anche la letteratura, col premio Nobel JM Coetzee che (a differenza di Erri De Luca) diserta per protesta il Festival degli Scrittori di Gerusalemme. Perché, mentre gli attivisti della Flottilla mostrano una volta di più (anche ai più distratti e complici) la brutalità e impunità di Netanyahu, neanche la cultura può celebrare i suoi riti «come se nulla fosse»…

«Goliarda Sapienza, a cui ho dedicato il mio film, non sarebbe felice di vedersi proiettata su quegli schermi», ha dichiarato Mario Martone, parlando di Cinema Italia 2026, il Festival del cinema italiano in Israele, la cui tredicesima edizione ospita, tra i titoli, anche Fuori, il lungometraggio dove Valeria Golino interpreta l’autrice de L’arte della gioia, ma l’inserimento nella rassegna sarebbe avvenuto, denuncia il regista partenopeo, a sua insaputa. E non sarebbe l’unico caso: «Né Paolo Sorrentino, né Silvio Soldini, né Damiano Michieletto», prosegue Martone, «ne sapevano niente».

Forse, stando così le cose, non l’avrebbero mai saputo, se non fosse stato per il collettivo Venice4Palestine, che il 18 maggio (data d’avvio del festival, in corso fino al 27 del mese, organizzato dagli Istituti Italiani di Cultura di Tel Aviv e Haifa con l’associazione Adamas e varie cineteche israeliane) ha chiamato al boicottaggio della manifestazione, ritenuta uno strumento di normalizzazione dei crimini perpetrati dallo Stato sionista, dal genocidio a Gaza alla brutale colonizzazione della Cisgiordania, passando per gli attacchi in Libano e in Iran: «The show must go on. Come se nulla fosse», constata amaramente il comunicato.

Lo stesso Martone racconta di aver saputo che il suo film era a Cinema Italia 2026 grazie a una mail inviatagli da Venice4Palestine, la cui lettera aperta ai tempi della scorsa Mostra di Venezia (dove si chiedeva a quest’ultima, alle sezioni collaterali e alla Biennale una presa di posizione netta e concreta contro le politiche israeliane di oppressione, pulizia etnica e sterminio dei palestinesi) era stata sottoscritta, tra gli altri, proprio dal regista di Fuori e da altri colleghi, come Silvio Soldini e Paolo Strippoli, ritrovatisi anche loro (rispettivamente con Le assaggiatrici e La valle dei sorrisi) nell’offerta del festival oggi sotto accusa.

Ci sono anche, come si diceva, Paolo Sorrentino (con La Grazia) e Damiano Michieletto (Primavera), oltre ad Andrea Di Stefano (Il maestro) e Massimiliano Bruno (2 cuori e 2 capanne). Chi di sicuro non può aver dato il suo assenso è il povero Michelangelo Antonioni, celebrato con una selezione dei suoi lavori a quasi dieci anni dalla morte.

Ma in che modo si sarebbe verificato questo cortocircuito? Lo spiega, ancora, Martone: «Come in ogni altro Paese se un Istituto di cultura vuole organizzare una rassegna di cinema italiano basta che richieda i film ai distributori internazionali, e se questi glieli danno possono proiettarli». Il regista specifica di essere personalmente «contrario ai boicottaggi culturali, anche se rispetto e considero legittima ogni forma di protesta», e di essere stato a suo tempo «in Israele con un mio spettacolo e un mio film, ho amici israeliani». Ma ora, confessa (gli ha fatto eco Soldini poco dopo), «sapere che il mio film verrà proiettato nelle sale israeliane mi mette i brividi, perché non c’è nulla di normale in quello che è accaduto e che accade, e so che questa apparente normalità è prima di tutto un’arma di propaganda».

Lo era, del resto, anche prima: senza risalire alla prima Nakba o alla Guerra dei Sei Giorni, basti pensare che la precedente edizione del festival italo-israeliano si era svolta dal 4 al 20 maggio 2025 (tra i partner figurava esplicitamente anche Cinecittà), con opere come FolleMente di Paolo Genovese, Diamanti di Ferzan Ozpetek, Vermiglio di Maura Delpero, L’abbaglio di Roberto Andò e Parhtenope di Paolo Sorrentino (forse anche stavolta a insaputa dei registi…). E c’erano già stati oltre 50.000 morti accertati a Gaza, tra cui la piccola Hind Rajab (narrata poi nel Leone d’oro “mancato” di Kaouther Ben Hania) e la giovane fotoreporter Fatem Hassouna (a cui Sepideh Farsi dedica il doc Put Your Soul On Your Hand and Walk).

Se tutto questo non turbava già allora un’iniziativa come il Cinema Italia di Tel Aviv-Haifa, e oggi invece sì, il merito va certamente alla crescente pressione degli attivisti per la Palestina. Non ultimi, quelli imbarcati sulla Global Sumud Flottilla, il cui ennesimo rapimento, proprio in questi giorni (e di nuovo in acque internazionali), da parte delle forze israeliane e il sadico show del ministro-colono di estrema destra Itamar Ben Gvir sui corpi legati, inginocchiati e umiliati delle oltre 400 persone in missione umanitaria, sembrano aver destato un pur parziale e tardivo fremito di (apparente) indignazione anche nei più fedeli alleati del regime di Netanyahu, come il governo del nostro Paese.

Che, forse, spera in un ritorno d’immagine collaborando all’annunciato thriller Linea di difesa – Gaza, incentrato su un’operazione di intelligence italiana, forze speciali d’élite e Unità di crisi della Farnesina per salvare dei bambini palestinesi di un ospedale gazawi dalle bombe di Israele: lo stesso Israele che, peraltro, l’Italia ha contribuito poche settimane fa a salvare dalle sanzioni in Consiglio Europeo.

D’altronde la “normalizzazione” e l’opposizione ad essa si esercitano in questi giorni anche attraverso la letteratura. E gli autori e le autrici, volenti o meno, sono chiamati a schierarsi: tra chi, come Erri De Luca, sarà al Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme (è atteso il 25 maggio) e chi, come il Premio Nobel JM Coetzee – presente a Cannes per l’adattamento della sua trilogia di Gesù, Aquì per la regia di Tiago Guedes – diserterà per protesta contro la «campagna genocida» dell’esercito israeliano. Che, ha aggiunto lo scrittore nato nel Sud Africa dell’apartheid, «sembra aver goduto dell’entusiastico sostegno della grande maggioranza della popolazione». Ragion per cui nemmeno «la comunità intellettuale e artistica può sostenere di non dover condividere la responsabilità delle atrocità commesse a Gaza».

Sono oltre 7.000, non per nulla, gli operatori dell’industria libraria che, appoggiando l’iniziativa di PalFest, hanno aderito al boicottaggio degli enti culturali d’Israele non apertamente schierati contro sterminio, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi (compreso quello al ritorno): a soddisfare tali requisiti, la casa editrice November Books, con cui la scrittrice irlandese Sally Rooney, sostenitrice del movimento BDS (impegnato per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni allo Stato sionista), ha infatti accettato di collaborare per un’edizione in ebraico del suo romanzo Intermezzo. Insomma, non è poi neanche così vero che il boicottaggio culturale vada necessariamente a colpire e penalizzare le poche, lodevoli, sacche di dissidenza interna. Semmai, le può alimentare, rompendo il dogma che lo spettacolo debba continuare “come se nulla fosse”.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581