Garage Olimpo e le sue cicatrici vent’anni dopo. Marco Bechis “Ritorno a Buenos Aires” e alla Mostra di Venezia

Sbarca a Venezia 83 “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis, ultimo degli italiani in concorso e seguito spirituale di “Garage Olimpo” del 1999. Un ritorno sul tema della prigionia durante la dittatura di Videla, a cui però si aggiunge il senso di colpa di un prigioniero che collaborò con gli aguzzini per salvarsi. Un tema mai semplice, trattato con molti silenzi e un’improvvisa catarsi…

Capita che basti poco per spiegare una dittatura. Anche solo un prete che, per descrivere dei corpi in caduta libera verso il mare, racconta che stanno invece salendo verso il cielo. È il dialogo più riuscito di Ritorno a Buenos Aires, con cui Marco Bechis è tornato sulla strada del Garage Olimpo, il tristemente celebre centro di detenzione e tortura della capitale argentina durante i duri anni di Videla e dei suoi generali. Una strada che lo porta, per la seconda volta nella sua carriera, anche nel concorso di Venezia 83, diciotto anni dopo La terra degli uomini rossi.

Di ritorno si tratta a tutti gli effetti. Non solo perché il protagonista, Adriano Giannini, cede dopo anni alle richieste della magistratura argentina e vola in Sud America per testimoniare contro i suoi aguzzini. Porta il conflitto già nel cognome, Guerra, e per tutto il film lo vediamo combattere silenziosamente con il suo passato e il senso di colpa. Ritorno però è anche per Bechis, che in quel garage è stato recluso e lo aveva raccontato già nel 1999, appunto in Garage Olimpo, mentre i desaparecidos li aveva affrontati in Figli, del 2002.

Quel che resta ancora da affrontare, a più di vent’anni da quel dittico e circa cinquanta dalla dittatura, sono le cicatrici. Soprattutto la consapevolezza che il ruolo della vittima si infittisce in molte più sfumature di quelle a cui siamo spesso portati a pensare. Il protagonista di Bechis ha passato la vita dopo la detenzione a salvare vite in giro per Torino, un contrappasso simbolico per i due anni in carcere in cui invece, da assistente del medico, preparava i compagni alla morte nei terribili voli argentini.

Guerra è dilaniato dalla consapevolezza di non essere un puro: ha denunciato i suoi compagni, iniettava il pentothal a chi stava per essere spedito sui voli della morte, poi ne bruciava i vestiti al ritorno. È vivo perché ha collaborato e per buona parte del film sembra non riuscire a scrollarsi di dosso la sensazione che il suo posto in aula sia più dalla parte degli imputati che in quella dei testimoni. Poi qualcosa cambia, il film sceglie la strada della catarsi, quasi all’improvviso.

Perde quota in questo modo brusco la riuscita architettura di Bechis, che aveva dato fin lì ampio spazio al dramma della complicità. Già in Garage Olimpo aveva in parte affrontato il tema della compromissione dei sopravvissuti, la consapevolezza cioè che non è possibile uscir vivi da un piccolo spazio condiviso con dei torturatori senza stabilire con essi un qualche tipo di contatto. Un punto spinosissimo, su cui il regista vanta la profondità di chi appunto nel garage della dittatura c’è stato per davvero, nel 1978, prima di essere liberato grazie alla sua doppia cittadinanza italiana.

La solitudine del sovversivoÈ grazie a questa maturità che riusciamo a non indignarci anche quando sentiamo Guerra, nel processo, quasi giustificare i generali, spiegando che si trattava di gente con vita e matrimoni a pezzi. Non sono attenuanti, ma ulteriori sintomi di come dittatura e torture mandino in pezzi le esistenze, persino dal lato degli aguzzini. A loro tocca adesso assumersi la responsabilità giuridica, a lui quella morale, di testimone a metà tra vittima e carnefice. Bechis sul tema ha scritto, dalla prospettiva della sua esperienza personale, anche un memoire nel 2021, edito da Guanda, La solitudine del sovversivo.

A rendere improvvisa e quasi stonata la risoluzione del dilemma è la struttura stessa del film. Fino a poco prima del processo siamo circondati dalla nebbia torinese e dal  fumo rabbioso delle sigarette di Guerra. Un protagonista silenzioso, meditabondo, tormentato. Poi appunto la svolta improvvisa, in cui il silenzio si rompe e i pezzi vanno tutti a posto, all’improvviso. Anche guardando all’Argentina di oggi, e perché no anche all’Italia, l’idea di un superamento dei traumi della dittatura sembra ottimistica o, al peggio, miope.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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