Grazia Deledda in campo lungo, Cecilia Mangini in primo piano. L’amore rivoluzionario per la realtà nel suo (penultimo) doc

150 anni fa nasceva Grazia Deledda (Nuoro 27-9-1971; Roma 15-8-1936) per l’occasione il 28 e 29 settembre (ore 20) l’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo propone “Grazia Deledda, la rivoluzionaria”, penultimo film di Cecilia Mangini realizzato con Paolo Pisanelli. Un doc tra la Sardegna di oggi e di ieri, per ricordare la straordinaria (e oggi colpevolmente accantonata) figura di Grazia Deledda, scrittrice Premio Nobel e donna in grado di rompere gli schemi della società patriarcale. Come la stessa Mangini, che attraverso l’autrice racconta se stessa e il suo cinema altrettanto rivoluzionario…

 

«Rivoluzionaria», perché «è riuscita a imporre la sua creatività, ha superato i limiti e le convenzioni di una cultura maschilista che non dava nessuno spazio di libertà alle donne»: così Cecilia Mangini definisce Grazia Deledda nel suo penultimo lavoro, realizzato col co-regista e collaboratore degli ultimi anni e (bellissimi) film, Paolo Pisanelli.

Il titolo, afferma perentoria Mangini in una conversazione con l’altro, dovrà essere Grazia Deledda, la rivoluzionaria (in luogo dell’iniziale Grazia Deledda, parole e colori). E, a pochi mesi che sembrano già troppi anni dalla scomparsa della regista e fotografa, questo film ha iniziato il suo percorso sugli schermi: investendo chi lo guarda di tutta la sua luce e la sua forza davvero rivoluzionarie. Perché quell’aggettivo, e quelle parole che lo motivano, si adattano tanto alla scrittrice Premio Nobel quanto alla stessa Mangini.

Le prime tappe del film sono state al Festival ISREAL di Nuoro (il 30 maggio), l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e ora quello di Edimburgo (qui per seguirlo). E già questo è emblematico della statura di un’autrice come Grazia Deledda, al contempo cosmopolita e legatissima alla sua cultura e terra d’origine, quella Sardegna e quella Nuoro dove nacque nel 1871.

La sua è una storia straordinaria e ingiustamente accantonata, archiviata, semi-dimenticata nella cultura italiana dei molti conformismi e della pigrizia di chi dovrebbe contrastarli. Per fortuna Cecilia Mangini conformista o pigra non lo è stata mai e, con la voglia incessante di (ri)scoprire persone e luoghi che ha caratterizzato dall’inizio alla fine la sua opera, rievoca, ripercorre, commenta quella storia.

La storia di una donna che nella Sardegna (e Italia) tardo-ottocentesca scandalizza solo per il fatto di voler fare la scrittrice. A cui viene negato di frequentare il ginnasio (concesso invece ai fratelli maschi) e che nutre il suo sapere e la sua vocazione artistica clandestinamente: è un vero atto di guerriglia anti-patriarcale l’inizio della carriera di Deledda, che per inviare il suo testo all’editore deve rubare e rivendere l’olio dalla dispensa di casa.

Ma rivoluzionaria lo è anche dentro le pagine dei suoi romanzi e racconti, che ispireranno il cinema coevo (Cenere, 1916, con Eleonora Duse) e le varranno il riconoscimento letterario per eccellenza nel 1926. E dove, come dice Mangini, «la difesa degli ultimi fa sorgere in noi una ribellione spontanea».

Deledda cala i grandi archetipi della moderna narrativa europea nella geografia fisica e umana della sua terra: come nel caso di Efix, il servo di Canne al vento che riprende il Platon Karatev di Guerra e pace, «l’umile contadino che insegna ai nobili cos’è la semplicità», per dirla ancora con la regista. Che definisce il trasferimento dell’autrice a Roma un modo per «distaccarsi dalla Sardegna e poterla raccontare meglio», come un «campo lungo» che nella scrittura si traduce in «primissimo piano».

E il film, a ben vedere, è proprio un campo lungo su Deledda e la “sua” Sardegna che ci restituisce, anche e soprattutto, un primissimo piano della stessa Mangini, mentre racconta e si racconta in quella passione per la scrittrice che l’ha ispirata. Dagli anni ’50, in cui leggere Deledda anziché «gli stupidissimi libri d’amore» riservati alle donne di allora era già un gesto sovversivo, all’interesse coltivato negli anni per gli emarginati, oppressi e discriminati della Storia, per il patrimonio delle culture arcaiche (pensiamo a Stendalì) e per la Sardegna: «grande amore» cui la regista aveva già dedicato i doc (di cui rivediamo alcune immagini) Italia allo specchio: Sardegna (1968) e Domani vincerò (1969).

Il paesaggio e l’umanità sarda, con il suo dialetto e i suoi canti, sono, non a caso, i co-protagonisti del film. Dove le parole di Deledda e Mangini scorrono insieme alle immagini delle rocce, dei canneti, degli alberi e del mare, come dei volti di chi custodisce la memoria locale (l’anziana di Nuoro che ha conosciuto Deledda) e di chi la potrà ereditare: è affidata agli occhi e alle voci di bambini e donne, ora del posto ora di altre località e lingue, la (ri)lettura di molte pagine della scrittrice, a rimarcare l’universalità e l’attualità di quegli ideali di liberazione femminile e superamento degli steccati socio-culturali testimoniati dalla sua opera. E da quella di Cecilia Mangini, il cui volto in primissimo piano scruta mondi (ri)trovati e si offre, anche qui, come ulteriore paesaggio da scrutare. Dove è scritto e si legge, (anc)ora e sempre, l’amore rivoluzionario per la realtà.