Il “c’eravamo tanto amati” di Zerocalcare. Il tempo che passa in “Due spicci” si tinge di noir

«Il futuro è passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti»: no, non è una battuta da Due spicci, la terza e più recente miniserie (8 episodi disponibili su Netflix) del fumettista Zerocalcare (alias Michele Rech, qui soggettista, sceneggiatore, produttore esecutivo, co-regista e doppiatore di tutti i personaggi assieme a Valerio Mastandrea nel ruolo della coscienza-Armadillo), ma è l’amarissima constatazione che faceva in C’eravamo tanto amati il Gianni di Vittorio Gassman, poco dopo essersi fatto sfuggire, durante la cena con gli amici di ormai una vita fa Antonio/Nino Manfredi e Nicola/Stefano Satta Flores, «la nostra generazione ha fatto veramente schifo».
Generazione a cui certo non appartiene il fumettista romano, anzi c’è una voragine che separa lui, il Secco, Sarah e gli altri comprimari dei suoi racconti da coloro che, nel grande film di Ettore Scola, attraversano lotte, slanci, delusioni, compromessi e tradimenti dell’Italia tra la Seconda Guerra Mondiale e la Repubblica democratica nata (mai fino in fondo) dopo. Eppure, anche per i quarantenni di oggi, nati all’alba dell’era neoliberista, sembra arrivato il momento di dire che il futuro non è solo incerto, precario, nebuloso, quando non spaventoso. Semplicemente, inesorabilmente, se ne è andato, lasciando tutti un po’ più soli, un po’ più vecchi, un po’ meno capaci di riconoscersi allo specchio, come recita la canzone di Giancane che fa da sigla alla serie.
Due spicci parla di questo, e in realtà aveva già iniziato a farlo la prima trasposizione del mondo di Zerocalcare sul colosso dello streaming, Strappare lungo i bordi. Ora, al terzo capitolo, possiamo dire che la struttura dell’affresco iniziato nel 2021 somiglia a una spirale: perché le nuove puntate, più che aggiungere temi, riprendono quelli introdotti nelle precedenti, espandendo sempre più il giro intorno al centro di un disagio che è sociale, emotivo, esistenziale. E che qui assume esplicitamente la forma allegorica di una botola. Quella, interiore, a cui Zero deve fare la guardia, da nascondere a chiunque, il groviglio personale di cui ci si vergogna e che si teme come una mostruosa pianta carnivora infestante. Ma la botola riguarda tanti altri, non solo della sua città, non solo della sua generazione.
Come in Strappare lungo i bordi, c’è un amore “schivato” che riemerge da un’altra fase della vita: Smeralda, conosciuta vent’anni prima nella waste land della metro alle 5 mattina, e ora stabilitasi a casa del fumettista (non senza il vivace cagnolino Schiocco) in cerca di un riparo temporaneo dal partner violento di cui non riesce a liberarsi. Come in Questo mondo non mi renderà cattivo, invece, c’è un amico ed ex compagno di scuola che il tempo ha trasformato, in peggio: è Cinghiale, ora sposato con due figli piccoli e gestore di un piccolo locale di cui Zero è diventato socio, investendovi, su proposta dell’altro e non senza titubanze, i “due spicci” della fortunata collaborazione con Netflix.
Perché naturalmente continua ad esserci (anche) quest’ultima nell’autofiction dell’aedo di Rebibbia, da poco intervenuto sulla polemica nata da segnalazioni anonime relative a presunti compensi troppo bassi e altre criticità nel trattamento di alcuni collaboratori della serie (accuse smentite dalla produzione), con tanto di richiesta di ispezione da parte del senatore Maurizio Gasparri, già diventata un’altra graffiante vignetta dell’artista nel video su Instagram in cui chiarisce la sua posizione sulla vicenda (e risponde per le rime al politico forzista che «fa il giustiziere in Parlamento e poi vota contro il salario minimo»). Decisamente peggiori i guai a cui va incontro Zero nella parabola di Due spicci, quando Cinghiale, per far fronte alle troppe spese della vita familiare, invischia entrambi in un giro che coinvolge la famiglia criminale dei Tartallegra e il loro minaccioso esattore Paturnia.
Sì, perché una delle novità rispetto alle due precedenti miniserie è che qui si entra apertamente nel noir-thriller urbano (quasi da Suburra, ammette lo stesso protagonista-autore). Ma non è l’unico motivo per cui tutto, in Due spicci, pur nella consueta vertigine di trovate umoristiche, tende a farsi più cupo, angoscioso, struggente che negli adattamenti passati.
Perché a fare ancora più male e paura è, appunto, constatare quanto tutti, amici di sempre compresi, appaiano maggiormente oppressi e isolati rispetto a prima. «Nun è più una zattera, stamo soli su sti pezzi de legno fracico che s’allontanano sempre di più», riflette Zero, che sente di star invecchiando più che cambiando (senza essersi mai davvero messo in gioco affettivamente, gli ricorda l’apprensiva madre), mentre la relazione di Sarah con Stella è ormai a un punto morto di gelosie e litigi abusanti, e Secco, dopo un “fattaccio” (scopriremo con sorpresa quale), è assai meno reperibile.
Sullo sfondo, la Roma in cui si muovono, dove le istituzioni sono assenti o addirittura l’altra faccia del tritacarne (anti)sociale, non offre possibili vie di fuga avventurose dal dramma rosso sangue: non ci si può inventare un tesoro nascosto con cui ripagare i debiti, non ci si può improvvisare Goonies, anche perché «C’avete quarant’anni», chiosa, duramente lucido, l’Armadillo Mastandrea (che qui presta la voce anche ai neuroni di Zero in divertenti sequenze à la Inside Out). Al massimo, si può sperare di non diventare tutti complici di un omicidio pur di non essere a propria volta uccisi.
Ma se il dramma dei personaggi è quello di riconoscere sempre meno sé stessi e gli altri, lo stile e la poetica di Zerocalcare restano tra le più felicemente riconoscibili che il panorama italiano (e non solo) abbia rivelato negli ultimi anni. Riuscendo, con immutata efficacia, a far ridere, piangere, pensare, rabbrividire un pubblico trasversale, contaminando linguaggi, strati culturali (anche dissacrando icone come Leopardi, De Andrè e Checov, «er Fabbio Volo russo») e riferimenti mediali (ripercorrendo meta-nostalgicamente l’immaginario anni ’80 -’90 tra musica pop, film, videogame e carte Magic) in unico, avvolgente flusso narrativo e auto-analitico che da privato non smette mai di farsi pubblico.
Parlando (anche) di violenza di genere, alienazione dilagante, gerarchie crudeli di ultimi e penultimi alimentate anzitutto dall’indifferenza (quella che anche Zero & Co. dovranno rimproverarsi nei riguardi dell’outsider vessato Montini). E di quei “due spicci” che non sono tanto e solo di denaro, ma di responsabilità da assumersi in quanto e per quanto adulti irrisolti, di valori guadagnati e non ancora prosciugati dal crescere in un sistema orrendo. E di speranza, che si possa maturare abbastanza da affrontare i propri mostri e tornare a riconoscere il proprio volto: se non allo specchio, magari nello sguardo di chi si ama.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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