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Il lessico familiare di casa Scola nei ricordi di Paola e Silvia. Che ci fanno sentire meno soli

“Chiamiamo il babbo” (Rizzoli) è la raccolta di ricordi portata in libreria dalle due figlie di Ettore Scola, Paola e Silvia. Un affresco pieno d’ironia in cui ci mettono a parte dell’universo in cui sono cresciute e che ha fatto la storia del cinema italiano. Scola ha saputo leggere la realtà e riproporla con sagacia e precisione. E noi, che con la realtà dobbiamo farci ancora i conti, possiamo per fortuna continuare a guardare al suo esempio, che sebbene non possa darci nessuna riposta ci fa sentire meno soli nelle domande…

Si intitola Chiamiamo il babbo la raccolta di ricordi che le due figlie di Ettore Scola, Paola e Silvia, hanno dato alle stampe per Rizzoli, lo scorso ottobre.

Il titolo è dovuto a una scena memorabile di Totò che, recatosi dal dentista, si ritrova ad essere curato dal figlio inesperto e cerca continuamente di convincerlo a farlo sostituire dal padre, gridando per l’appunto: «Chiamiamo il babbo!».

Questa battuta, assieme ad innumerevoli altre, compone il lessico familiare degli Scola, nato sia dalla cultura cinematografica che, soprattutto, da personaggi reali ma che nel racconto appaiono quasi mitologici e che con un motto di spirito (spesso non intenzionalmente) hanno reso certe situazioni memorabili e universali.

Così il vecchio nonno di “Ettorino” che non voleva ammettere di essere stato borseggiato, diceva alla moglie che il portafoglio «mi è caduto! L’ho visto cadere!» facendo sì che negli anni a venire l’espressione designasse tutto ciò che sparisce inesorabilmente anche controvoglia; la scettica domanda di Ruggero Mastroianni nel silenzio di una seduta spiritica: «Se po’ fuma’?», divenne il motto da usare nelle situazioni in cui si crede poco; uno studente di Tokyo particolarmente deciso a girare un documentario su Scola si trasformò in quello che per tutti è rappresentato dalla casalinga di Voghera.

Questa splendida capacità di cogliere con grande ironia la realtà e trasformarla proprio attraverso l’umorismo in un qualcosa non più di contingente ma di universale è la perfetta sintesi di ciò che è stata per davvero la commedia all’italiana.

Non un genere cinematografico, o comunque non solo, ma una vera e propria filosofia di approccio al mondo. Una visione che in accezioni diverse avevano tutti gli autori di quel filone che ha dato tanto lustro al cinema italiano: la straordinaria coppia Age&Scarpelli, Sergio Amidei, Ruggero Maccari, Mario Monicelli, Dino Risi e via discorrendo.

Una filosofia germogliata nella redazione del Marc’Aurelio, da cui passarono buona parte degli sceneggiatori e dei registi di punta degli anni Sessanta e Settanta. E Scola la incarnava in tutto e per tutto, ma è facile riconoscerla anche nell’ironia latente (e non) del racconto di Paola e di Silvia. Del resto già portato al cinema nel doc di famiglia, Ridendo e scherzando (2015).

È, in estrema sintesi, la ferma convinzione che la risata non sia il più efficace modo per nascondere ma la via migliore per mostrare cose che altrimenti sarebbero difficili da affrontare.

È con questo tono ironico ma profondo che ci viene raccontato come sia l’una che l’altra reagirono quando il regista ebbe il primo infarto (durante le riprese parigine di Ballando ballando), l’amicizia sincera con la domestica di casa che annotava i nomi di chi aveva chiamato senza riuscire poi a decifrare la propria scrittura, la generosità quasi eccessiva che Scola aveva per chi gli stava a cuore, i grandi legami: Troisi, Mastroianni, Fellini, Gassman…

I ricordi di Paola e Silvia non colpiscono solo perché permettono di vedere un lato privato di un grande personaggio della nostra storia, ma soprattutto perché si percepisce perfettamente che l’ombra di questo personaggio si allunga fino ai nostri giorni senza diventare ingombrante.

Scola ha saputo leggere la realtà e riproporla con sagacia e precisione. E noi, che con la realtà dobbiamo farci ancora i conti, possiamo per fortuna continuare a guardare al suo esempio, che sebbene non possa darci nessuna riposta ci fa sentire meno soli nelle domande.

Possiamo, insomma, ancora chiamare il babbo. Basti pensare a un cortometraggio passato in sordina, ’43-’97, che Paola giustamente annovera fra i quattro capolavori e mezzo di suo papà. A ventitrè anni di distanza rivederlo ci aiuta a ricordarci da che parte stare.


Tobia Cimini

cinebibliofilo de La Sapienza