Il mondo visto (e salvato) dai gatti. Nel doc tra le strade di Istanbul

In sala dal 22 maggio (per Wanted Cinema), “Kedi. La città dei gatti”, il doc che la regista turca Ceyda Torun ha dedicato ai felini di Istanbul. Istantanee sincere di vita metropolitana felina. Ritratti veri, non costruzioni buffe per youtubisti. Un documentario – se ci passate il termine – neogattista, dove la realtà del vivere e le sue asprezze vanno in parallelo con quelle degli uomini e per questo, forse, risuonano con loro in una sintonia speciale …

Premettiamo subito che questa sarà una recensione “partigiana”, niente par condicio canine e simili: la vostra cronista è una gattara doc. D’altro canto, però e per questo, Kedi. La città dei gatti  – documentario che la regista Ceyda Torun ha dedicato ai mici di Istanbul – è stato scrutato con occhi attenti e conoscitori della materia.

Possiamo garantire dunque che quello di Ceyda è un sincero atto d’amore verso i gatti, un riconoscimento dato alla loro funzione di lari domestici di un’intera città, Istanbul. Dagli anni Ottanta, in cui l’allora undicenne futura regista esplorava la realtà circostante mediata dalla vita felina, la città non ha cambiato infatti atteggiamento nei loro confronti, accettandoli e insieme lasciandoli liberi di seguire la loro indole anarchica.

Nel frattempo, Istanbul si è fatta metropoli, da quattro a venti milioni di abitanti, la regista si è spostata a New York, ma il fil rouge sono rimasti loro, le tigri in miniatura, amate e accolte nella routine metropolitana. A differenza di quanto accaduto, per dire, a Venezia, ex città dei gatti dove Corto Maltese si faceva raccontare da loro storie nei campielli solitari e dove oggi non c’è più neanche l’ombra di una coda.

La cinepresa di Ceyda non riprende dalla prospettiva degli umani, ma scende (o sale) ad altezza di micio, spericolata nell’inseguirli mentre si infiltrano tra le gambe dei tavoli o saltano sui cornicioni. Il mondo visto (e salvato) dai felini. Esemplari nei loro percorsi di sopravvivenza come la bianca e rossa Sari, una spepetta che elemosina cibo ovunque, una Oliver Twist con baffi e pelliccia, che ottenuto il bocconcino lo porta ai suoi piccoli.

E c’è Aslan, il silvestrone che si è fatto valere presso il ristorante di pesce con la sua spietata caccia ai topi. La più pazza di tutti è Psikopat (un nome, una garanzia), femmina tosta che dà sberle agli altri e soprattutto alle gatte che fanno le smorfiose con il suo fidanzato. Gamsiz è il funambolo del quartiere degli artisti, Deniz il burlone in cerca di coccole e carezze, mentre Duman, grigione dai modi felpati, si sa muovere nella zona più elegante della città senza farsi cacciare. Si fa notare ma bussa con discrezione al vetro del ristorante per la sua porzione di prelibatezze. Un vero lord.

Kedi – che in turco vuol dire “gatto” – dà quel che promette: istantanee sincere di vita metropolitana felina. Ritratti veri, non costruzioni buffe per youtubisti. Un documentario – se ci passate il termine – neogattista, dove la realtà del vivere e le sue asprezze vanno in parallelo con quelle degli uomini e per questo, forse, risuonano con loro in una sintonia speciale. Il pescatore che trova il tempo di salvare batuffoli miagolanti abbandonati, l’operaio che dona carezze ruvide. È una città/società che non ha ancora perso il legame con i suoi totem animali, l’istinto che ci fa creato collettivo. Dove anche i randagi fanno, di un luogo, anima.