La censura che visse due volte. E divenne tutela (?) dei minori

In occasione del divieto ai 18 per “La scuola cattolica” ripubblichiamo il puntuale articolo di Emanuele Bucci che spiega bene come la censura non sia mai stata abolita. Fine dei tagli e dei divieti di uscita ai film imposti dalle commissioni statali. Dalle ceneri della censura preventiva nasce però l’auto-classificazione dei film (con verifica ministeriale). Tutto in realtà era già stato deciso nel 2016, e il principio alla base del cambiamento è la necessità di tutelare i minori. Ma le vie della (auto)censura sono infinite…

«Il popolo è minorenne», diceva il commissario Gian Maria Volonté in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, per giustificare il suo slogan che era tutto un programma: «Repressione è civiltà!». Ed è la tutela dei minori, cinquant’anni dopo, a motivare il cambio di regime in materia di censura cinematografica, reso effettivo dall’attuale Ministro della Cultura Dario Franceschini.

Presentato da quest’ultimo come la definitiva abolizione della censura, si tratta a ben vedere di un passaggio dalla vecchia (e giustamente odiata da molti) censura preventiva, a una forma di “autocensura” per produttori e distributori. Ai quali spetterà di proporre una classificazione delle proprie opere (scegliendo tra “per tutti”, “non adatto” ai minori di 6 anni e “vietato” ai minori di 14 e 18 anni) alla neo-istituita Commissione ministeriale che ne valuterà l’adeguatezza.

Tutto in realtà era stato già deciso cinque anni or sono, con la Legge 220 del 14 novembre (seguita dal Decreto 203 del 2017), detta anche “Legge Cinema” o “Legge Franceschini”, che all’articolo 33 stabilisce le linee guida dei provvedimenti futuri in materia di «tutela dei minori nel settore cinematografico e audiovisivo», introducendo il nuovo «meccanismo di responsabilizzazione degli operatori e di attenta vigilanza delle istituzioni».

Ciò significa (anche) la «soppressione delle Commissioni per la revisione cinematografica»: ovvero le responsabili, secondo la vecchia legge 161 del 1962, non solo dei divieti ai minori, ma anche delle uscite subordinate a tagli di scene o negate del tutto (del 2012 l’ultima vittima, l’horror Morituris) per film ritenuti in tutto o in parte contrari al “buon costume”.

La censura preventiva, che l’aveva scampata nel 2001, col tentativo di abolirla per mezzo della (poi decaduta) legge promossa dall’allora ministro Veltroni (erano i tempi della persecuzione ai danni di Totò che visse due volte), sembra perciò avere i giorni contati già nel 2016. In realtà, però, essa formalmente vive (o rivive) ancora fino al decreto attuativo della Legge Franceschini (arrivato appunto nel 2021), dove si istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche che sostituirà (finalmente) le Commissioni per la revisione. Ci sono voluti anni, insomma, per designare la compagine di esperti che d’ora in poi dovrà valutare l’auto-classificazione di produttori e distributori.

Nel mezzo ci sono stati tre cambi di governo e uno di legislatura, e diversi interventi in merito alla formazione della commissione. Dove, secondo il decreto del 2017, la componente più nutrita è quella che assomma docenti universitari in materie giuridiche, avvocati, magistrati e consiglieri parlamentari (14 posti in tutto). Seguono gli esperti in pedagogia ed educazione (sette), i pedagogisti, educatori e docenti di psichiatria, psicologia e pedagogia (sette) e i sociologi con «particolare competenza nella comunicazione sociale e nei comportamenti dell’infanzia e dell’adolescenza» (altri sette). Una sparuta minoranza (quattro su quarantanove) i rappresentanti del settore cinematografico: meno posti solo ai rappresentanti delle associazioni per la protezione degli animali (tre).

Ma soprattutto, come si diceva, la censura (preventiva) muore per essere sostituita dall’autocensura. In forma di auto-attribuzione dei già citati divieti ai minori, tutt’altro che innocui per la salute economica di un prodotto cinematografico. Per gli inadempienti, poi, sono previste sanzioni pecuniarie fino a 30.000 euro ed eventuale chiusura temporanea della sala cinematografica (anch’essa tenuta a segnalare i divieti, nonché ad impedire l’ingresso ai minori non accompagnati). È tutt’altro che pacifico, inoltre, cosa possa o non possa risultare dannoso per i bambini, i pre-adolescenti o gli adolescenti. E i criteri adottati negli anni recenti, non di rado, sono sembrati più politico-economici che psico-pedagogici.

Qualche esempio? Boys Don’t Cry (2001), che raccontando la storia del ragazzo transgender Brandon (interpretato da Hilary Swank) si è beccato un divieto ai minori di 18 anni. Laddove i crani scoperchiati e cervelli degustati (con l’eleganza di Sir Anthony Hopkins, peraltro) del coevo Hannibal furono giudicati adatti a tutte le età. Ma si trattava, non per nulla, di una grande produzione hollywoodiana che aveva investito soldi anche in Italia. D’altronde, come diceva Pasolini ai tempi del sequestrato e processato (per oscenità e corruzione di minori) Salò, «non c’è niente che non sia politica». Tanto meno la tutela dei minori.