La diva che visse due volte. Addio Monica Vitti indimenticabile ragazza con la pistola

È scomparsa il 2 febbraio Monica Vitti, aveva compiuto da poco 90 anni. Attrice icona del cinema italiano, era assente dalle scene dal 2001 per una grave malattia. Musa di Michelangelo Antonioni ma anche regina della commedia all’italiana al fianco di Alberto Sordi si è imposta per la sua doppia e straordinaria identità d’attrice drammatica e brillante comica diretta dai migliori registi italiani (per Monicelli è stata “La ragazza con la pistola”). Ma anche interprete per grandi autori internazionali come Joseph Losey per cui nei panni di Modesty Blaise con una Luger in mano è diventata anche riferimento e culto per Tarantino …

“Modesty Blaise – La bellissima che uccide” di Joseph Losey

Quando scrivevano di lei, dicevano che era «la donna che visse due volte» (Irene Bignardi). Lo ripeteranno – con buone ragioni – anche adesso che Monica Vitti se n’è andata all’età di 90 anni (essendo nata il 3 novembre 1931 a Roma), dopo una lunga e invalidante malattia che l’aveva cancellata dalle scene (a partire dai primi anni Duemila) ma non dalla presenza nella memoria e nell’affetto vivi del pubblico che l’ha amata e ammirata. Hitchcock, va da sé, non c’entrava nulla – anche se, lei «bionda quando le altre erano brune», magari non l’avrebbe disdegnata -. C’entrava, invece la sua doppia identità d’attrice drammatica, musa incomunicabile di Michelangelo Antonioni, e brillante comica diretta dai migliori registi italiani.

«Doppia» Monica, dunque, ma in realtà unica per duttilità e capacità di impersonificazione. Brava, prima che bella, donna determinata prima che attrice, Monica – Maria Luisa Ceciarelli il suo vero nome – , a tal punto che non si fece fermare dalle convenzioni familiari (oddio! fare l’attrice… si preoccupavano in famiglia), da una corporatura alta e snella (ai suoi esordi, nei Cinquanta del secolo scorso, andavano le maggiorate) e soprattutto dalla sua voce roca e rugginosa.

Un po’ simile a quella di un’altra grande attrice del cinema italiano, penalizzata anche lei (almeno agli inizi) da una raucedine naturale: Claudia Cardinale. A causa della quale voce, un pignolo certificato medico sentenziò, tra annotazioni e misurazioni un po’ lombrosiane, che «le sue corde vocali non le consentono gli sforzi di una carriera teatrale».

Lo sfavorevole referto è stato esposto nella bella mostra dal titolo La Dolce Vitti, ideata e organizzata da Istituto Luce Cinecittà, a cura di Nevio De Pascalis, Marco Dionisi, Stefano Stefanutto Rosa, allestita tempo fa al Teatro dei Dioscuri al Quirinale. Pare che alla minaccia di suicidio della diciannovenne Maria Luisa – che chiedeva, l’ammissione ai corsi dell’Accademia nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico – il medico ritirò il certificato e concesse il «nulla osta» alla futura e luminosa carriera di Monica Vitti che così cambiò il suo nome, prendendone in prestito un pezzo da quello della madre Adele Vittiglia.

Il book fotografico – si direbbe oggi – e il curriculum professionale della Vitti è stato vasto: dagli esordi teatrali alle prime prove cinematografiche, dalla sua consacrazione nel cinema d’autore di Michelangelo Antonioni alla straordinaria popolarità conquistata nella commedia comica e brillante, dalle fortunate apparizioni televisive fino alle convincenti prove di sceneggiatrice e regista dell’ultima parte della sua carriera, a fianco del marito Roberto Russo (dopo le precedenti storie d’amore con Michelangelo Antonioni e con il direttore della fotografia Carlo Di Palma), prima del ritiro dalla carriera e dalla vita pubblica a causa della malattia.

Lo ripercorriamo per punti – facendo riferimento a quanto si vide e scrivemmo in occasione della mostra romana. Eccola così, nel 1954, accanto a Sergio Tofano che per primo ne riconobbe il talento comico; e poi, via via negli anni, assieme a Giorgio Albertazzi e Franco Zeffirelli, con Umberto Orsini, Eduardo De Filippo.

Al centro, ovviamente, sta il suo incontro professionale e sentimentale con Antonioni nei quattro film che hanno segnato la sua storia personale e quella del cinema italiano come L’avventura, La notte, L’eclisse, Il deserto rosso, connotandola, in ruoli di donna inquieta e tormentata, quasi l’impersonificazione della «incomunicabilità».

Una «musa» capace, come si è detto, di smettere le vesti drammatiche e di indossare i panni della commedia, di rivelare l’altra faccia del suo essere attrice e soprattutto persona, con l’aiuto di registi come Mario Monicelli (La ragazza con la pistola del 1968), accanto ad Alberto Sordi (da Il disco volante di Tinto Brass, del 1964, ad Amore mio aiutami del 1969, fino al fortunatissimo Polvere di stelle del 1973). E poi, tra i Settanta e gli Ottanta, diretta da registi come De Sica, Salce, Comencini, Risi, Magni, Carlo Di Palma e lo Scola dell’indimenticabile Dramma della gelosia (tuttti i particolari in cronaca) del 1970.

Ironia della sorte o paradosso, quella voce che sembrava un handicap le servì per poche ma significative esperienze da doppiatrice: nella mostra La Dolce Vitti, c’è anche una ricostruita cabina di doppiaggio con i rulli di pellicola de Il Grido, 1957, di Antonioni, film nel quale la Vitti diede la sua «brutta» voce all’attrice Dorian Gray. La galleria di foto d’archivio la mostra accanto anche a tanti protagonisti dello spettacolo televisivo come Raffaella Carrà, Mara Venier, Pippo Baudo, durante le sue frequenti apparizioni sul piccolo schermo.

Nel suo carnet cinematografico ci sono stati anche importantissimi registi internazionali: da Miklós Jancsó a Luis Buñuel, da André Cayatte a Joseph Losey che la volle protagonista, nel 1966, di Modesty Blaise – La bellissima che uccide (tra gli attori Terence Stamp, Dirk Bogarde, Harry Andrews, Rossella Falk, Scilla Gabel e Saro Urzì), film (nelle foto) tratto da una serie di strip a fumetti di Peter O’Donnell e Jim Holdway, pubblicate sul quotidiano London Evening Standard.

La serie aveva per protagonista un’avvenente ex criminale che viene assoldata dai servizi segreti britannici come agente segreto. Il film – primo di una serie di tre – ne risultò un po’ la parodia dei coevi agenti segreti (a cominciare da 007 James Bond) ma, come lo definisce il Mereghetti, è un «interessante magazzino visuale degli anni Sessanta». Attillata in una tuta nera, pistola Luger al fianco, talvolta arciere e spadaccina provetta, Modesty/Vitti se la cava meglio di Bond nella lotta contro il criminale di turno che vuole impossessarsi di preziosi diamanti.

Non a caso il personaggio piacque a Quentin Tarantino che la cita in Pulp Fiction e che Kill Bill/Uma Thurman in qualche misura richiama. Ma, molto prima di Tarantino, nel 1968, Mario Monicelli – che consacrò la stagione comica dell’attrice – fece girare Monica Vitti, Ragazza con la pistola, per le strade di quella Swingin London che – guarda caso – Michelangelo Antonioni aveva filmato un anno prima nel suo Blow Up. Lì, accanto a David Hemmings, Monica Vitti non c’era ma chissà se avrebbe fatto meglio della pur bravissima Vanessa Redgrave?