“La repubblica delle trombe”, un doc da riscoprire, tra storia e note balcaniche

In programma il 15 dicembre al Cinemino di Milano, “La repubblica delle trombe”, doc del 2006 di Stefano Missio e Alessandro Gori che ci porta in Serbia centrale al festival di Guča, rassegna unica nel suo genere, dedicata esclusivamente agli ottoni. Un viaggio doc tra le note balcaniche, ma anche nella complessa e recente storia della Serbia dove le trombe accompagnano da sempre ogni attimo dell’esistenza, dalle nascite ai funerali …

Nascite, matrimoni, funerali. Non c’è evento in Serbia che non sia accompagnato dal ritmo frenetico della tromba. E non pensate alle cariche degli eserciti, ai suoni di guerra che pure da queste parti, come nel resto dei Balcani sono purtroppo molto familiari, ma piuttosto a quelle note appassionate, dionisiache o malinconische che proprio quella storia continuano a raccontare nei secoli.

Passando di padre in figlio, di tromba in tromba, arrivando persino ad una “sfida” tra trombettisti, annuale, che si svolge da quasi sessant’anni in un paesino nel cuore della Serbia: Guča (si legge Gucia) patria del festival di ottoni più noto al mondo che per una manciata di giorni, in agosto, trasforma quei luoghi nel centro internazionale della musica etnica con l’invasione di gipsy band, fiumi di birra, carne alla brace. Una pazzia collettiva dai ritmi travolgenti che sa tanto del cinema di Kusturica…

A raccontarcelo questo mondo a parte è La repubblica delle trombe, documentario con tanta vita vissuta (è del 2006 ed è passato attraverso decine e decine di festival) del regista Stefano Missio (Quando l’Italia non era un paese povero, Che Guevara – il corpo e il mito, 1789 – 40 anni dopo) e del giornalista Alessandro Gori che torna di scena in quel del Cinemino a Milano, il prossimo 15 dicembre.

Una buona occasione per immergersi non solo in quanto già accennato, ma anche, parallelamente, nella stratificata e complessa storia recente della Serbia (da non confondere con la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, ennesima tessera di quel puzzle impazzito di nazionalismi che ha sostituito la Jugoslavia) di cui il doc tenta una narrazione comprensibile all’Occidente, guidata dai giornalisti della storica Radio B92, diventata nei tempi bui di Miloševic il simbolo della resistenza e dell’informazione indipendente.

Belgrado da Guča dista 160 chilometri e musica e cronaca s’intrecciano. Almeno quella dei primi anni Duemila – il doc l’abbiamo detto è del 2006 – , cronaca di un paese che cerca di ripartire (i palazzi di Belgrado sventrati dalle bombe Nato del ’99 fanno da drammatica introduzione) e che vede, invece, stroncato ancora una volta il suo desiderio di cambiameto, lontano dall’ossessione nazionalista, nel proiettile di un cecchino che, in pieno centro di Belgrado, colpisce a sangue freddo il premier Zoran Djindjic, nel marzo 2003.

Intanto nellla campagna, a Guča, la festa comincia. E Gvozden Rosic, vincitore della “tromba d’oro” l’anno prima, è schierato, orgoglioso, sul palco con la sua banda. Intorno trombe, trombette, tromboni, contrabassi, bassotuba, grancassa provenienti da tutto il mondo. Tra la folla festante, fiumi di birra, maialini infilzati allo spiedo, la musica sovrasta ogni tensione.

Anche se a guardar bene quelle note sono lì, proprio a tenere vivo il filo della memoria. Come Nizamski Rastanak, per esempio, che evoca il triste tributo di sague richiesto dai turchi alle famiglie balcaniche e che, per un momento sentiamo volteggiare nel doc. Ci manca tanto, invece, Djurdjev dan, inno serbo e rom che Kusturica ha reso indimenticabile colonna sonora de Il tempo dei gitani. Ma in effetti ne La repubblica delle trombe c’è tanto altro. E, alla fine, va bene così.