“Lion”, la favola di Pollicino nell’era di Google Earth

È “Lion, la lunga strada per tornare a casa”, il bestseller autobiografico di Saroo Brierley, il ragazzino indiano che dopo 20 anni ha ritrovato la sua famiglia di origine grazie alla rete e a Google Earth. Una storia vera che sembra una favola di Natale ed è già diventata un film con Dev Patel, Rooney Mara e Nicole Kidman nei cinema dal 22 dicembre…

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Un bambino perso. E l’incubo più grande tra tutti gli incubi: quello di non riuscire mai più a ritornare a casa. Dalla madre, dai fratelli. Con nessuna mollichina di Pollicino per ritrovare la strada, solo una sterminata metropoli intorno: Calcutta, una delle città più grandi e più violente del mondo.

È una avvincente lettura quella del libro autobiografico di Saroo Brierley: una “storia vera” che ci rimette a squadro alcune cose, più che importanti imprescindibili per ognuno di noi: radici, affetti, famiglie.

Il racconto è semplice quanto stupefacente, per quanto riesce ad essere coinvolgente: il piccolo Saroo va in città con Guddu, fratello maggiore. Quando, all’uso del posto, il fratello lo lascia solo per compiere le sue “avventure”, Saroo entra in un treno e vi si addormenta. Vi resterà due giorni, senza poter scendere per via delle porte serrate. Quando il treno le aprirà, allo spaventato bambino di soli 5 anni, affamato e affranto, si paleserà la stazione di Calcutta e la città sterminata e sovrappopolata che vi si articola intorno.

Racconta Saroo: “Arrivai a Calcutta: Calcutta, la metropoli più sovrappopolata, inquinata e povera dell’India. E una delle città più pericolose del mondo…”

Annichilito dal terrore, ma deciso a sopravvivere, dalla Stazione, Saroo – che non sa spiegare in modo corretto da dove sia arrivato – , pian piano si sposta verso il fiume: sta per annegare, un senzatetto gli salva la vita. Vive di briciole e di espedienti. Sta attento a se stesso. Va da ogni ambulante pregandolo di dargli qualcosa da mangiare. “Ma quelli mi scacciavano sempre, e con me le decine di bambini che gironzolavano lì intorno. Eravamo troppi perché qualcuno provasse compassione per noi”.

E sì, sono migliaia e migliaia i bambini alla cura di nessuno nella Calcutta degli anni Ottanta. Cerca di fare amicizia con loro; vivono in piccoli gruppi che si radunano per dormire assieme e cercare di proteggersi l’un l’altro: lo scacciano, ma di giorno lasciano che Saroo li segua.

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Sopravvivere è durissimo: “A volte mi buttavo su un pezzo di pane. Era una lotta tra disperati”. Poi giunge la rassegnazione, frutto delle pochissime forze residue: “Forse ero arrivato a pensare che ormai vivevo lì, e non in un luogo che non riuscivo più a trovare. Quella casa, la casa che avevo perso mi sembrava ancora più lontana”. Qualche adulto si offre di aiutarlo, con un letto, un pasto caldo, ma Saroo intuisce che si tratta di trappole, per sesso, per commercio e fugge in tempo.

È in una stazione di polizia, nella quale lo accompagna un ragazzo, che qualcuno comincia ad interessarsi davvero a questo bambino perso: “Poco dopo, fui portato sul retro della centrale e chiuso in una cella. Non avevo idea di come sarebbe finita: sapevo soltanto di avere paura. Allora non me ne resi conto, ma quel ragazzo mi ha salvato la vita. A volte mi chiedo cosa mi sarebbe successo se non mi avesse preso con sé o se non mi fossi fidato di lui. Sì, è possibile che mi avrebbe aiutato qualcun altro, o che mi avrebbe raccolto un’organizzazione per il recupero dei bambini di strada. Ma è più probabile che sarei morto molto prima. Oggi so che ci sono circa 100.000 piccoli senzatetto a Calcutta e una parte considerevole di loro muore prima di diventare adulta”.

Chi racconta è “un altro” Saroo, quello adottato, dopo una trafila fatta, come abbiamo visto, di strada ma anche di istituti, di orfanotrofi. Finisce in Australia, nel 1987, a sei anni, da una famiglia che lo ha voluto e subito lo ha amato. E che ha cercato di non fargli recidere mai il legame con le sue, sia pur nebbiose, radici indiane. Saroo ricorda tutto di quello che gli è successo prima dell’adozione: ora vorrebbe sapere come stanno la sua madre indiana, Kamla, e i suoi fratelli, Guddu e Kallu, e sua sorella Shekila.
Saroo è un bambino confuso in Australia, non sa l’inglese, ricorda solo un passato di fame e miseria. Ma non ricorda, per quanto si sforzi, il nome del posto da cui viene. Ha solo parziali flash di quello: immagini da ricomporre in un puzzle.

In Australia, grazie alle mappe di Google Earth, ma anche chiedendosi a che velocità viaggiassero i treni alimentati a diesel in India negli anni Ottanta, ed altre riflessioni “pratiche”, si concentra in una ricerca disperata, finché, intrecciando il tutto con facebook e youtube, una sera, da solo, davanti al suo portatile finalmente riconosce i luoghi che gli sono familiari.

Decide di partire per l’India e finalmente riabbraccia così la madre ed i fratelli. Scrive: ”Dopo una quindicina di metri, l’uomo si fermò di fronte a tre donne in piedi davanti a una porta, tutte girate verso di me. Lui mi disse: «È lei». Ero troppo scioccato per chiedere quale fosse, e cominciai a pensare che mi stessero tutti prendendo in giro. Incapace di fare qualunque altra cosa, mi limitai a osservare quelle donne: la prima non mi diceva niente, la seconda aveva qualcosa di familiare, mentre la terza mi era completamente sconosciuta. Riportai lo sguardo sulla donna al centro. Sì, era lei. Mia madre”.

Saroo, grazie ai “social” e al pc, ritrova alla fine la famiglia d’origine. Il suo viaggio a ritroso nel tempo si conclude con un successo. Quanto alla scelta di con “quale” famiglia ora vivere, Saroo ha il suo modo di scegliere: continuerà a vivere in Australia, sapendo di avere un’altra famiglia anche in India. Le radici a volte sono davvero “diffuse”, si “biforcano” o molto più, basta rendersene conto come ha fatto il bambino indiano smarrito di nome Saroo.